FIPA 2015 : Sanctuaire basque, Agora grecque et mineurs d’Espagne ou les dernières chances de la démocratie européenne.

 

Il n’est pas anodin que les deux premiers protagonistes de cette chronique soient Agora et ReMine. Ces deux documentaires, respectivement d’origine grecque et espagnole, traitent de thématiques sociales et sont tous deux inclus dans la section « Création Européenne ».

Agora « Agora » de Yorgos Avgeropoulos est la chronique de la tragédie humaine et sociale qui secoue depuis plusieurs années la Grèce. Pour le dire plus brutalement : la chronique de l’assassinat politique et social de la patrie de la démocratie occidentale. Agora est une synthèse des années de souffrance du peuple grec. Il nous semble nécessaire de signaler l’existence et la force de ce documentaire puisque, dans cette heure et 54 minutes, il contient toutes les réponses pour ceux et celles qui, aujourd’hui, froncent encore les sourcils face à l’arrivée au pouvoir du parti Syriza.

ReMine, d’autre part, raconte l’histoire du « dernier mouvement ouvrier » d’Europe et rappelle la grève illimitée déclenchée il a quelques années par les mineurs d’Asturies et du nord du Léon dans l’Espagne septentrionale. Les mineurs ont perdu la bataille et les mines ont fermé sous les diktats de « l’Europe ». Mais les images de la révolte, les frondes chargées à l’explosif, la marche vers Madrid sous les applaudissements des gens, le courage des femmes, à côté de leurs maris, fiancés, frères, fils, oncles et cousins, enfermés dans les puits des mines en signe de protestation, les quatre martyrs…

batalla_ciñeraPas besoin d’avoir un cœur à gauche pour s’indigner face à ce qu’est devenue notre pauvre Europe, prostituée aux pouvoirs de la finance. Tout comme Agora, ReMine est important aujourd’hui.  A l’image de la Grèce actuelle avec Syriza, on espère, avec Podemos, en Espagne où se jouent les dernières chances de réintroduire démocratiquement et  sans violence, un fond de justice sociale dans un système politique et économique qui   s’est vidé   de   son contenu démocratique  pour ne conserver que ses formes. Il faut espérer que le Vieux Continent soit à   la hauteur   ; on ne pourra blâmer… les Américains.

sanctuaireTerminons cette chronique en revenant sur la section « Fiction » pour signaler le film qui a permis le prix FIPA d’or de la meilleure interprétation féminine à l’actrice colombienne Juana Acosta. « Sanctuaire » est une œuvre d’Olivier Masset-Depasse qui retourne sur les attentats du GAL (Groupe Antiterroriste de Libération) des années 80, contre les membres présumés d’ETA réfugiés dans le « sanctuaire » qui était à l’époque le Pays basque français. Le film a une vertu, même s’il faut remarquer qu’elle ne se trouve pas dans l’histoire en soi, où des affaires et personnalités se mélangent et la lecture politique finale laisse à désirer. La vertu est de souligner sans complaisance la complicité des services français dans ces opérations de barbouzes organisés et financés par des policiers espagnols. Il nous semble quand même important de saluer que grâce a « Sanctuaire » un public français hors Pays basque pourra enfin voir sur le petit écran la réalité des responsabilités hexagonales dans une « guerre sale » espagnole. D’autant plus que la tendance de se laver les mains de la problématique basque en tant que « problème de l’Espagne » est toujours forte en France. On le remarque hélas encore dans la timidité des responsables politiques français au moment où ils pourraient s’engager de manière plus sérieuse dans le processus de paix issu de l’abandon des armes de la part d‘ETA en 2011.

D’autre part, il y a un message inquiétant dans le film d’Olivier Masset-Depasse qui prend la forme d’une «voix off » à la fin du film : « le GAL a disparu quand le sanctuaire basque français » a été fermé aux militants d’ETA. En d’autres mots et brutalement dit : la guerre sale a payé pour ceux qui l’ont inventée, dirigée et financée… Historiquement c’est peut-être vrai,  mais il faut cependant le dire  haut et fort  : le terrorisme d’Etat n’est pas la solution de quoique ce soit. A bon entendeur , salut.

LE MARCE DELLA SOLIDARIETÀ. UN MOVIMENTO CIVILE EUROPEO.

 OLIVIER FAVIER
In quarant’anni è cambiato tutto. A tal punto che è diventato eccezionale che siano sentite ed ascoltate con successo voci che, come quelle di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron, richiedevano, alla fine dei anni ’70, all’opinione pubblica e al Presidente della Repubblica, che la Francia accogliesse i boat people del sud est asiatico.

Altri tempi, altri costumi; quelli che attraversano l’Europa ci preoccupano moltissimo. Dicono l’esclusione, l’odio dell’altro, il mortifero ripiego su se stessi. Sono propensi a coltivare il razzismo, l’antisemitismo, l’islamofobia, invece della benevolenza, del trattamento positivo, dell’accoglienza organizzata dell’altro.
In quindici anni, cioè dall’inizio del secolo in poi, non è cambiato nulla. Se guardiamo verso Patras, Lampedusa, Calais -dal centro di Sangatte alle « jungles » successive- le politiche migratorie europee sono fallite nella maggior parte dei casi. Impotenza, incoerenza, egoismo sembrano essere le parole d’ordine alle frontiere dello spazio Schengen, a Bruxelles e nella maggioranza delle capitali europee. Ma le immagini di questi migranti, spesso rifugiati, abbandonati, isolati, maltrattati, nutrono e alimentano il rifiuto, abbozzano le grandi paure contemporanee, mettendo dei limiti identitari che preparano chiusure e confronti.

Il « grand remplacement » [la grande sostituzione] va avanti, dicono certi tra quelli che denunciano lo sbarco degli « stranieri » sulle nostre coste e la loro invasione delle nostre campagne, contro ogni probabilità. Ci si dovrebbe piuttosto stupire che gli stessi che pretendono di preoccuparsi del declino dell’Europa non capiscano che invece, in un continente che sta invecchiando, l’immigrazione dovrebbe essere percepita per quello che è: cioè un mezzo per compensare l’invecchiamento delle nostre popolazioni e una curva demografica preoccupante.
Da tre anni, i cittadini europei si sono resi conto dei pericoli delle vie migratorie irregolari. La morte si aggira nel Mediterraneo come su tutte le rotte, ma i dirigenti degli Stati membri fanno i sordi. Insieme alla maggioranza dell’opinione pubblica, non vogliono vedere, sentire, analizzare e prendere provvedimenti adeguati, eccetto quando sono costretti, e comunque in maniera parziale.

Tutto questo fa nascere un sentimento di vergogna e di grande pericolo per il progetto umanistico europeo, ansioso dell’effettività dei diritti e della dignità di tutti che auspichiamo.

« Non si tratta più di parole vane, ma di un atto ardito, di un atto costruttivo. » diceva Robert Schuman, il 9 maggio 1950, 65 anni fa, in un discorso che fu la prima pietra verso l’elaborazione di un’Europa politica, economica e sociale.

Fedeli a questo spirito volontario e umanista, a questo spirito di solidarietà ed accoglienza, noi, cittadini europei venuti dai 28 paesi dell’Unione europea, facciamo appello per l’organizzazione di marce della solidarietà in tutta Europa.

Si tratta :

  • di mostrare che la politica attuale, lungi dal portare soluzioni, è nociva per i migranti, per i rifugiati, per i paesi di partenza e i paesi di accoglienza.
  • di fare appello al rispetto del diritto di asilo e alla sua applicazione in condizioni degne e entro termini ragionevoli per i richiedenti in tutto il territorio dell’Unione europea, e a una giusta distribuzione dell’accoglienza in nome della solidarietà dei paesi coinvolti.
  • di iniziare un cambiamento nello sguardo mediatico e politico nei quali i termini « incoraggiamento all’emigrazione » , « flussi », « scorte », « clandestini », sono ormai utilizzati per evocare gruppi di persone arrivate da poco sui nostri territori.
  • di informare i nostri concittadini sul contributo rappresentato, ieri, oggi e domani più che mai, dalle popolazione immigrate.
  • di discutere politiche europee migratorie alternative.
    di incitare con misure concrete all’elaborazione di un principio di solidarietà nell’accoglienza delle popolazioni straniere.
  • di esigere senza indugio e in modo perenne la sicurezza delle persone presenti nel mare Mediterraneo, dentro e fuori le acque territoriali.

Le forme prese da queste marce saranno da inventare, e abbiamo piena fiducia nellenuove iniziative civili che nasceranno.

Per quanto ci riguarda, facciamo appello all’organizzazione di una prima marcia da Calais a Bruxelles, nel mese di agosto 2015.

Ma questo non potrà essere un episodio isolato. La forza di quelle marce sarà nella loro quantità e nella loro diffusione nell’Europa intera, graverà sulle iniziative locali e civili e sull’abbandono di tutti i luoghi comuni sulle migrazioni che esistono oggi in Europa.

L’Europa non può rinchiudersi nelle sue frontiere, ha il dovere di organizzare le migrazioni, di pensarle immaginando le mobilità e le protezioni necessarie.

Quindi, da settembre 2015, « le marce della solidarietà » dovranno iniziare un nuovo movimento civile in Europa, per un’Europa della pace e dell’apertura al mondo.

Firmare la petizione

Con la tua firma, ti impegni :

-a manifestare il tuo sostegno a questo processo di solidarietà in confronto ai migranti.

-ad essere informato sulle marce e le manifestazioni che saranno organizzate per iniziare questo nuovo movimento civico in Europa.

Il tuo impegno è pubblico e il tuo nome e cognome e la tua professione saranno pubblicamente visibili.

Contatti:

  • Pierre Henry: phenry@france-terre-asile.org
  • Olivier Favier: dormirajamais@dormirajamais.org

Altre lingue:

Luci notturne, 2002.

I primi firmatori: 

Jacques RIBS, Président de France terre d’asile (France), Alain LE CLEAC’H, Membre du bureau de France terre d’asile (France), Nicole QUESTIAUX, Membre du bureau de France terre d’asile (France),Frédéric TIBERGHIEN, Membre du bureau de France terre d’asile (France) Sylvain PETIT, Professeur d’Histoire-géographie/ Conseiller communal à la culture (France), Corinne MOREL DARLEUX, Conseillère régionale Rhône-Alpes (France), Catherine WIHTOL DE WENDEN, Directrice de recherche chez Ceri / CNRS (France), Marie-Christine VERGIAT, Députée européenne (France), Hélène SOUPIOS-DAVID, Chargée de mission France terre d’asile (France), Christophe HARRISON, Cadre de France terre d’asile (France), Andrea SEGRE, Sociologue et Réalisateur (Italie), Gilles MANCERON, Historien (France), Pierre HASSNER, Directeur de recherches à Science Po/chercheur Ceri (France), Annie KALYVA, Docteur en didactique du FLE/enseignante (Grèce), Theodora KOCHYLA, sociologue (Grèce), Argyris TSAKOS, Psychologue/psychanalyste (Grèce), Thanos CONTARGYRIS, Économiste (Grèce), Smaïn LAACHER, Sociologue, France, Chantal LIMOUSY, Thérapeute (France), Gérard TUMA (France), Pauline PERCHAT (France), Marcelle TRON SIAUD, Travailleur indépendant du secteur Associations et organisations sociales et syndicales ( France),Pascale FROMENTIERE (France), Maud COIFFEY, en recherche d’emploi Animatrice Chargée de projet / social culturel (France), Sarah AKKARI, Étudiante (France), Alice QUILLET, Étudiante (France), Jaqcueline BENASSAYAG, Membre du bureau de France terre d’asile (France), Jacqueline COSTA-LASCOUX, Membre du bureau de France terre d’asile (France), Paulette DECRAENE, Membre du bureau de France terre d’asile (France), Jean-Luc GONNEAU, Membre du bureau de France terre d’asile (France), Jean-Pierre WORMS,Sociologue/ancien député/ ancien président de la commission des migrations de l’assemblée parlementaire du Conseil de l’Europe/ responsable associatif (France), Renaud MANDEL, Travailleur social à l’Admie (France), Katerina MOUTSATSOS, production/développement de contenus (États-Unis), Tatianna ANNA PITTA, Comédienne (Grèce), Robin HUNZINGER, Réalisateur (France), Hayat EL KAAOUACHI, Enseignante, (France), Sarah MOLLARD, Étudiante/enseignante (France), Aurore CLAVERIE, Réalisatrice (France), Jean-Marc CHOTTEAU, Directeur artistique de La Virgule (France), Dimitris ALEXAKIS, Animateur d’un espace de création (Grèce), Laura SICIGNANO, Metteuse en scène/auteure de théâtre (Italie), Pascale MAILLART, Citoyenne (France), Elisabeth MARIE, Metteur en scène (France), Gaia PULIERO, Journaliste (France), Marie DE BANVILLE, Scénariste/directrice d’écriture (France), Juliette GHEERBRANT, Journaliste (France), Samuel KUHN, Enseignant, historien (France), Eugenio POPULIN, Educateur spécialisé retraité (France), Catherine DUBOST, Traductrice/enseignante de FLE (France), Francis MAGNENOT, Cinéaste/auteur (France), Angelique IONATOS, Chanteuse et compositrice (France), Laetitia TURA, Réalisatrice du film Les Messagers (France), Hélène CROUZILLAT, Réalisatrice du film Les Messagers (France), François NADIRAS, Militant LDH (France), Antonio M. MORONE,  Chercheur en histoire de l’Afrique contemporaine (Italie), Daniele COMBERIATI, Ecrivain/maitre de conférence Univ. Montpellier (France), Edith CANESTRIER, Journaliste (France), Julia SICCARDI, Professeure Agrégée d’anglais (France), Léonard VINCENT, Journaliste/écrivain (France), Angelo MASTRANDREA, Journaliste/écrivain/ ancien directeur-adjoint du journal Il Manifesto (Italie), Laurence DEJARDIN, Assistante d’éducation en ZEP (France), Aferdite IBRAHIMAJ, Journaliste reporter /réalisatrice/photographe (France), Antonella ALMIRANTE, Metteuse en scène (France), Francesco DE FILIPPO, Journaliste/écrivain (Italie), Kaha MOHAMED EDEN, Ecrivaine (Italie), Marco ASSENATO, Professeur (France), Sarah GURCEL VERMANDE, Comédienne/traductrice (France), Myrto GONDICAS, Traductrice (France), Nicolas BICKEL, Educateur spécialisé (France), Jean-Pierre LEBONHOMME, Directeur de l’Action sociale (France), Guillaume SCHERS, Directeur des Cada Hauts-de-Seine France terre d’asile (France), Jean-Michel POLLYN, Directeur du Caomie (France terre d’asile) (France), Ficek RADOSLAW, Directeur de l’Accompagnement et de l’Hébergement des Demandeurs d’Asile (France terre d’asile) (France), Martial DUFOUR, Secrétaire général de l’association « Le Pied à l’Étrier » (France), Beatrix  J.S. ALLAN, Cheffe de service au Peomie (France terre d’asile) (France), Sara POIMBOEUF, Directrice du Cada de Chambon (France terre d’asile) (France), Ludivine MITOUT, Directrice du Cada de Blois (France terre d’asile) (France), Gaëlle TAINMONT, Directrice du Cada de Créteil (France terre d’asile) (France), Isabelle SIGOT, Directrice du CPH (France terre d’asile) (France), Josiane HUBE, Directrice du Peomie (France terre d’asile) (France), Juliette LENGLOIS, Directrice du Cada de Massy (France terre d’asile) (France), Baptiste THOMASSIN, Responsable départemental, Directeur d’établissement, Cada de Melun France terre d’asile (France), Jean-François ROGER, Directeur d’établissement France terre d’asile (France).

1769: Shakespear’s Robbery by Herbert Lawrence. MATERIAL FOR THE 2016 SHAKESPEARIAN JUBILEE

Lamberto Tassinari

I have recently read chapter nine of Book II of “The life and adventures of common sense: an historical allegory”, by Herbert Lawrence published in London in 1769. I knew that  Lawrence was one of the first to raise doubts on Shakespeare’s identity but the idea of reading his book never crossed my mind until I discovered his work on the internet. Shakespearian scholarship has ignored this book containing stunning evidence that in the eighteenth century England there were already widespread doubts about the official Shakespearian narrative. Since then, doubts have been silenced as the Stratfordian identity of Shakespeare must never be jeopardized. Specialists maintain that Lawrence’s sleazy portrait of Shakespeare wasn’t meant to be accusatory, rather a comic slander, a humorous compliment upon Shakespeare’s “thieving” of Genius and Humour , two of the figures of Lawrence’s allegory.

 In fact, chapter IX contains a very serious denunciation, albeit allegoric, of a cultural fraud perpetrated for nationalistic reasons. It is interesting to note that in the year Lawrence’s book was published, the first Shakespearian Jubilee was held in England. In September 1769 the actor David Garrick, the father of Bardolatry, staged the Shakespeare Jubilee in Stratford-upon-Avon. It was a major focal point in the emerging movement that helped cement Shakespeare as England’s national poet. I’m convinced that Lawrence, a physician, apparently a friend of Garrick, found a subtle, allegorical way to criticize the rising star of a fake Shakespeare without risking censorship.

From then on, the very few critics who commented his book, unsurprisingly decided to ignore the affirmation that the actor-thief Shakespear [sic] appropriated from a genial foreigner an artistic treasure. Lawrence’s pages resonate with incredible echoes of the English adventure of the Florios, father and son.

My comments to this amazing piece of literature are in bold type. I underlined some passages in Lawrence’s text.

Portrait of the thief
Portrait of the thief

 Book II, Chapter IX.

A little before the expiration of my emprisonment, I received a letter from my Mother informing me that WISDOM and she were then in England, where they willed very much to see me; they had become favourites in that Court, and WISDOM was frequently consulted by the reigning Queen Elizabeth. I had no inducement to make my stay at Florence longer than needs must; and therefore, as soon as I was at liberty, I took my departure for England on board a Genoese vessel. In our passage, we passed by that very formidable fleet called the Spanish Armada, which was destined for the invasion of England. We arrived at Dover in 1588, from whence I set out directly for London. Here PRUDENCE and I had the happiness of meeting again with my Mother and WISDOM in a country and at a time the most suitable to our respective inclinations.

In portraying the historical evolution of Civilization, Lawrence depicts here the departure of the Italian Renaissance from Florence, the city where very probably Michel Angelo Florio was born. From here on, the Renaissance will reside in England, considered by the author “a country most suitable” for the flourishing of the arts and letters.

I had nothing to do at Court, though I often went there, but to amuse myself; they did not stand in need of my assistances. My chief employment, in my profession, was in visiting the fanatics and papists, of which the latter were, several times, mad enough to attempt the life of their lawful sovereign; this I was always so lucky as to prevent, though I could never thoroughly cure the disease. At the time of my emprisonment in Florence, it seems my father, GENIUS and HUMOUR made a trip to London, where, upon their arrival, they made an acquaintance with a person belonging to the Playhouse; this man was a profligate in his youth, and, as some say, had been a deer-stealer, others deny it. But be that as it will, he certainly was a thief from the time he was first capable of distinguishing anything; and therefore it is immaterial what articles he dealt in.

This foreigner, whose family was originally from Florence, well gifted with genius and humor, met in London a person working in a playhouse, seemingly in a lower position, William Shakspear, a man with a very dubious moral reputation: the front man of the true dramatist was born!

My Father and his friends made a sudden and violent intimacy with this man, who, feeling that they were a negligent careless people, took the first opportunity that presented itself to rob them of everything he could lay his hands on, and the better to conceal his theft, he told them, with an affected concern, that one misfortune never comes alone — that they had been actually informed against, as persons concerned in an assassination plot, now secretly carrying on by Mary Queen of Scots against the Queen of England; that he knew their innocence, but they must not depend upon that: nothing but quitting the country could save them. They took his word and marched off forthwith for Holland. As soon as he had got fairly rid of them, he began to examine the fruits of his ingenuity.

… “ a sudden and violent intimacy”: what does this curious expression possibly mean? Whatever its meaning, what counts here is that the genial foreigner has been neutralized on a false accusation and thence Shakespear is taking advantage of his theft: “the fruits of his ingenuity”. One thinks of Florio’s “First Fruits” and “Second Frutes”…

 Amongst my Father’s baggage, he presently cast his eye upon a commonplace book, in which was contained an infinite variety of modes and forms to express all the different sentiments of the human mind, together with rules for their combinations and connections upon every subject or occasion that might occur in dramatic writing. He found too, in a small cabinet, a glass possessed of very extraordinary properties, belonging to GENIUS and invented by him; by the help of this glass he could not only approximate the external surface of any object, but even penetrate into the deep recesses of the soul of man, and so discover all the passions and note their various operations in the human heart. In a hat-box, wherein all the goods and chattels of HUMOUR were deposited, he met with a mask of curious workmanship; it had the power of making every sentence that came out of the mouth of the wearer, appear extremely pleasant and entertaining — the jocose expression of the features was exceedingly natural, and it had nothing of that shining polish common to other masks, which is too apt to cast disagreeable reflections.

This is a very incisive summary of Shakespeare’s genius: words, a world of words, rhetoric and formal skills for writing drama.

In what manner he had obtained this ill-gotten treasure was unknown to everybody but my Mother, WISDOM, and myself; and we should not have found it out if the mask, which upon all other occasions is used as a disguise, had not made the discovery. The mask of HUMOUR was our old acquaintance, but we agreed, though much against my Mother’s inclination, to take no notice of the robbery, for we conceived that my Father and his friends would easily recover their loss, and were likewise apprehensive that we could not distress this man without depriving his country of its greatest ornament.
 With these materials, and with good parts of his own, he commenced playwriter [sic]; how he succeeded is needless to say when I tell the reader that his name was Shakespear [sic].

How Shakespear, a commoner and a businessman occupying a mediocre position in the world of theatre, was ultimately able to steal such a treasure from a foreigner? No one knows. Finally, this is the point all critics would ignore: it was decided, however against wisdom’s principles, not to publicly denounce Shakespear’s robbery for, attributing those great plays and poems to a foreigner, would have implied depriving England of Shakespeare, her greatest treasure.

Herbert Lawrence could not have been clearer!


S’EXILER

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FULVIO  CACCIA

._iqaluit._iqaluitL’exil revient en force aujourd’hui sur la scène de la représentation – en fait il ne l’a jamais quittée –. Ce sont les littératures de l’immigration qui l’ont remis au goût du jour. Il faut dire que la demande est particulièrement forte de la part des instances universitaires, médiatiques, politiques dont la vocation consiste à légitimer le lien social.

Pourquoi ? Parce que les cohortes d’immigrants constituent désormais l’apport démographique majeur des pays industrialisés. Donner une perspective historique au foisonnement conceptuel qu’elles induisent pour les intégrer est donc devenu une priorité.

Un des effets pervers de cette opération conduit à réduire l’exil à un épiphénomène de cette culture postindustrielle, une variante des « écritures migrantes » et autres métissages contemporains. C’est faux, bien sûr. C’est l’exil, toujours recommencé, qui fonde notre modernité mais qui aussi la met en péril. Il convient donc de rétablir la vérité de l’exil par rapport à l’immigration et à l’autochtonie – dire sa spécificité.
Commençons par le commencement : l’étymologie. Exilium, qui désigne à la fois « bannissement » et « lieu d’exil », provient du latin exilire dont le sens est « sauter hors de ». Mais de quel saut s’agit-il ? Arrêtons-nous sur ce mot.

Qui perd gagne

En l’occurrence, le saut ne concerne pas le dedans, mais s’accomplit plutôt vers le dehors. Par ce mouvement brusque, infléchi par la gravitation, le candidat à l’exil franchit l’intangible barrière du familier, de l’apparente fraternité des commencements. Pour aller où ? Je vous le donne en mille : vers l’inconnu.
Aujourd’hui, ce choix est aussi l’attribut de l’artiste, du créateur qui, dans le meilleur des cas, choisit de se mettre à distance de sa culture pour mieux la créer et aussi peut-être la réinterpréter. C’est l’exil volontaire. Mais cette condition fut longtemps celle des « autres ». Peut-être fut-elle la condition de l’homme depuis qu’Adam et Ève, le premier couple, furent chassés du Paradis ? Sur le plan symbolique, ce qui se trouve mis en lumière par ce mythe, c’est moins un Éden sédentarisé que l’errance comme origine de la condition humaine.
L’exilé est un nomade temporaire

La conception d’un « peuple enraciné sur sa terre ancestrale, parlant et défendant une langue propre avec sa culture », serait donc une invention récente. L’idée même de « peuple », accolée au terme de « langue » sur lequel se fonde tout l’édifice politique moderne n’aurait de légitimité que celle que lui accorde l’État. Ce qui fait dire au philosophe Giorgio Agamben que « tous les peuples sont bandes et coquilles et toutes les langues jargons et argots  ».
Cette affirmation radicale mériterait à elle seule un long détour argumentatif. Nous ne retiendrons, pour des raisons d’espace, que sa déclinaison nomade, inaugurale, qui renvoie à la fameuse horde sauvage et itinérante chère à Freud, dont les gitans seraient les ancêtres.
L’exil à cet égard revêt déjà une forme postérieure, ennoblie de ce nomadisme tribal qui dominait le monde connu avant l’histoire et la création de l’État. Le nomade constitue en quelque sorte le symptôme annonciateur de ces colonnes de réfugiés et d’expatriés par les conquêtes et les famines que les empires auront jetés sur les routes, des siècles durant.
Contre les exactions, les humiliations, la mort, il vaut encore mieux affronter l’inconnu. A moins que, à l’exemple de Socrate, on lui préfère l’inconnu définitif : la mort.
Tout se joue dans ce passage entre la mort symbolique et la mort réelle. L’exil, c’est prendre le risque de l’espace, de sa ligne d’horizon infinie en tant que continuité de soi. Pari insensé qui parfois permet d’affubler l’exilé du qualificatif de sot. Le saut du sot ? Joyeuse homophonie qui renvoie, par cette sorte de réverbération, à la déraison du sauteur. Transgresser l’enceinte de la cité, du foyer ou de sa condition, c’est déjà s’exposer au péril. Et affirmer sa singularité.
L’angoisse de l’exil naît de cette absence de limites apparentes. Se sentir entouré, toucher le périmètre de sa maison sont des expériences rassurantes. Comme le nouveau-né qui recherche les bords de son berceau pour s’endormir. L’exil condamne à l’état de veille perpétuelle, à l’insomnie et donc forcément à la déraison du sauteur acrobate. Il faut être fort pour affronter l’exil. Gare à la vitesse et au changement !
Ce à quoi on s’arrache (la gravitation, le poids de la terre qui rechargeait naguère les batteries d’un Antée) se transforme en énergie cinétique qui propulse l’exilé vers son destin. La condition humaine, l’exilé en prend la mesure de plain-pied, si l’on peut dire. Mieux, par cette sorte de métonymie mystérieuse, commune au voyage, il devient « la mesure » de l’humanité. La sienne d’abord et celle des autres. Car, c’est bien connu, pour mesurer (et donc comparer), il convient d’être « en dehors », soit à bonne distance de la chose que l’on veut mesurer. En fait, « l’étrangeté » dont l’exilé est l’archétype, est la condition même de la production du divers et donc par définition de toute culture – ou objet censé transmettre du sens – ainsi ce texte que vous lisez en ce moment. Il faut de la différence pour créer du neuf, du fort, du singulier. Tel est le pari de la différenciation depuis la nuit des temps. De fait, l’exil est la catégorie à partir de laquelle on peut penser « la valeur ».

L’exilé est un étranger

L’exilé est donc celui qui est à l’extérieur, qui arrive d’ailleurs et qui, par sa seule présence, signe la différence. Dans cette perspective, l’expérience de l’exil ne serait que le moment fugace où le même affirme sa différence en se déplaçant.
Le reste est affaire de choix et de commodité : ou il oublie et se fond dans la masse en adoptant les us et coutumes de son nouveau lieu, ou il conserve ses traditions d’avant. L’histoire nous enseigne qu’il fait les deux. C’est là où le destin individuel rejoint le collectif avec cette question clé : comment rester fidèle à soi ?
La question de l’identité fait ainsi brutalement irruption dans la Cité avec toute sa violence et ses victimes expiatoires. Faut-il être semblable aux autres ? C’est là où l’on voit émerger l’autre facette de l’exil, la plus complexe, celle qui cherche à résister, qui dit « non », et qui, de ce fait, exerce sur nous une séduction et une répulsion, un mélange d’attirance et de défiance.
Une bonne partie de l’histoire de l’humanité se résume dans cette sourde opposition entre le nomade et le sédentaire. L’exil est, de ce fait, le grand producteur d’altérité. Car l’exilé, c’est forcément un étranger. Mais c’est un étranger qui n’a pas de visées hostiles. Bien au contraire, il fait appel à l’une des premières vertus humaines : l’hospitalité. « Faut-il demander à l’étranger chez soi de parler notre langue pour pouvoir l’accueillir alors qu’il demande l’hospitalité dans une langue qui n’est déjà pas la sienne ? », se demande le psychanalyste René Major.  C’est toute la question du lien social qui est posée dans ce rapport spéculaire de soi à l’autre et que restitue l’ambiguïté du terme « hôte » : Qui est l’hôte de qui ? Qui est l’autre ? Dilemme insoluble, radical, dont la résolution a souvent été la mort de l’autre.
La fondation passe symboliquement par le meurtre du frère. L’exilé en quelque sorte renvoie à ce frère sacrifié et préféré de Dieu. Si proche et si lointain ; le nomade qu’on était jadis. Car ce nomade-là n’a pas encore de velléité de puissance. C’est en se sédentarisant, en se polarisant sur un territoire, qu’il l’acquerra. Alors il pourra devenir le conquérant, le barbare tant redouté. Celui qui ne parle pas la même langue que nous.
Pour que le barbare s’élève à son tour à la grandeur de l’exil, il devra connaître la défaite et l’humiliation. Pas d’exil sans cette traversée du désert. L’échec est une cure de modestie et d’humilité. La toute puissante hybris, battue en brèche, révèle la première loi fondatrice de l’exil : l’expérience de l’adversité. Qu’elle soit d’origine naturelle (cataclysmes, épidémies, famines) ou humaine (conquêtes), l’épreuve s’intériorise et repousse les limites subjectives qui s’ouvrent dès lors à la symbolisation et donc au savoir sublime ainsi que l’affirme Kant. C’est l’avantage que les peuples de l’exil ont sur les sédentaires. Les conditions et les formes du récit, et donc de l’Histoire, y sont plus affirmées, davantage intériorisées. L’expérience de l’exil contribue à l’émergence de l’individualité.
C’est cette intériorisation du récit qui porte en germe la modernité en tant que quête de la transformation perpétuelle. La route devient métaphore, dialogue intérieur, interrogation incessante entre un « je » et son double spéculaire qui se confond avec la ligne de l’horizon. L’enjeu consiste à résister au mirage, à la folie qu’il induit.
Qui est cette voix qui me parle ainsi dans ce désert ? Ce double, cet autre invisible n’est plus un ennemi. C’est quelque chose qui me dépasse puisqu’il est partout et nulle part, il se détache, s’impose pour me fixer « la » voie ou la terre promise. Un dieu jaloux et singulier n’a pu naître que d’un peuple en exil.
Haro sur l’encombrante prolifération des divinités antiques ! Le « génie des lieux », c’est bien ça qui se perd en partant : la manière de sentir un lieu, de le « reconnaître » entre tous, de l’habiter. L’exil ne prédispose pas à l’aisance, c’est-à-dire à ce sentiment d’être chez soi. L’exilé demeure sur le qui-vive, mais sa force est devenue intérieure.

Figures contemporaines de l’exil

Si l’exilé est la catégorie initiale de l’étranger, elle n’est pas la seule. L’histoire s’est chargée de lui conférer d’autres avatars. Le plus répandue aujourd’hui, et le plus dramatique, c’est assurément celui du réfugié. Il peuple les camps de fortune aux abords des grands théâtres de guerre contemporains : le Libéria, la Palestine, le Rwanda, l’Afghanistan, la Bosnie, le Kurdistan… Le réfugié est la contre-figure de l’homme moderne : le symptôme de la déchirure contemporaine. Son histoire épouse les luttes et les violences du XXe siècle tout entier et celles du siècle naissant. Raconter son histoire reviendrait à raconter la manière dont se dissout l’antique lien de l’hospitalité au contact des idéologies du territoire que décuple et instrumentalise le Léviathan moderne. L’Organisation des Nations unies lui a dédié un Commissariat comme pour se dédouaner de la violence qu’induit l’État-nation. Peu de choses en vérité. La machine du progrès est aveugle. Il faudra des livres entiers pour en débusquer les mécanismes.

L’exilé est un ex-colonisé

Les ressortissants des ex-colonies en savent quelque chose. La colonisation fut précisément la marche forcée vers le Progrès que l’Occident triomphant a voulu imposer au reste du monde. Ainsi naquit le colonisé qui devint étranger à lui-même à force d’intérioriser le modèle du colon. Sa libération, ainsi que le démontrèrent les travaux de Memmi (4), passe par le retournement de ce modèle pour revendiquer l’image diminuée, éclatée, avilie à partir de laquelle le colonisé peut retrouver une nouvelle identité enfin libérée du joug colonial. Cette révolution, dans le sens étymologique et politique du terme, suppose que l’on peut faire table rase du passé. Le recommencement, soit le retour à cet état d’innocence pré-adamique, est l’une des grandes utopies de notre temps. La colonisation ne fait pas exception, surtout si elle se déploie dans un espace marqué du sceau du Nouveau.
En vérité le passé est plus tenace que ce que l’on pense et il convient d’être vigilant pour ne pas jeter le bébé avec l’eau du bain. Pourquoi ? Parce que la mémoire, c’est ce qui reste. Elle peut servir à alimenter la nostalgie et les conservatismes dans lesquels se complaisent tant d’exilés et d’anciens colonisés. Elle peut également devenir un fantastique vivier de créativité à condition d’en faire bon usage. Mais comment ? Répondre à cette question n’est pas facile. Car la mémoire est toujours interprétée. Or cette interprétation est soumise aux représentations qui ont cours à tel lieu et à tel moment. Si la situation est jugée positive, alors la mémoire agira comme un démultiplicateur et créera de la valeur, de l’inventivité. Si, au contraire, le contexte est vécu négativement, alors la mémoire revêtira les attributs de gardien, de cerbère de l’identité.
La Cité idéale

La Cité demeure le lieu de cette assomption et le grand enjeu de l’exil et de la condition humaine. C’est pourquoi la ville idéalisée a toujours hanté l’imaginaire des hommes dans une sorte d’amour et de haine constants et répétés. Saccagée, détruite, vidée, la ville est par excellence l’objet de libération, toujours recommencée, contre tous les Khmers rouges du monde qui s’acharnent à coup de kalachnikov à la vider des citoyens pour éduquer ces derniers dans les champêtres camps de la mort. Le nom de  Buchenwald ne désignait après tout que la « forêt de hêtres » en allemand. C’est à la campagne que l’on recrée pour de vrai l’enfer que l’on prête aux villes. Car la ville, lieu de toutes les promiscuités, est le vecteur tant redouté des désendifications. C’est là où l’on perd, dit-on, sa langue et ses valeurs et où l’on vend son âme au prince de l’exil en personne : Satan. Pour pallier cette perte annoncée, il est impératif que l’exil soit désamorcé de sa charge négative.
Ce renversement advient précisément par la rencontre des trois figures de l’exil : l’exilé, le colonisé et l’immigrant, et leurs déclinaisons contemporaines : le réfugié, le sans-abri et le sans-papier… Leur raccordement comme autant de portions du ruban de l’ADN engendre de l’unité, donc du récit, cette narration qui fait dramatiquement défaut à nos démocraties contemporaines. Du coup, l’histoire fragmentaire, éclatée, des uns et des autres, qui avait fini par occulter les vraies raisons du départ, reprend sens. Le secret de l’identité est révélé. Et la poésie de la rencontre devient possible.
Les très grandes villes se prêtent opportunément à ces retrouvailles singulières. New York, Londres, Paris sont les foyers historiques et bouillonnants de ces métissages cosmopolites, mais il arrive que des villes de taille moyenne tirent, elles aussi, leur épingle du jeu. L’exilé, l’ex-colonisé, l’immigrant, s’y rencontrent et s’y reconnaissent dans cette sorte de lumière fragile et incertaine des commencements. L’aventure transculturelle, comme on l’a appelée et à laquelle nous avons participé, a consisté à penser et rendre compte politiquement et culturellement cette Cité enfin rendue à sa vérité originelle, intangible. Quelle est cette vérité ? C’est celle où les cultures s’affrontent pour mieux se singulariser l’une l’autre, dans cette sorte d’émulation pacifiée, désamorcée de toute volonté de puissance.