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L’IDENTITÀ DI SHAKESPEARE, JOHN FLORIO E L’ITALIA.

 Lamberto Tassinari

Shakespeare: il genio universale, il monstrum, il grandissimo, l’infinito Shakespeare. Io credo di avere, anzi sono convinto di aver dimostrato che questo miracoloso fenomeno apparso nelle campagne inglesi nella seconda metà del Cinquecento non ha niente di miracoloso. Nella mia prospettiva da non confondersi con la storiella folkloristica del Crollalanza siciliano con cui la RAI e qualche editore hanno voluto divertire, distrarre il pubblico, Shakespeare resta lo stesso immenso autore ma non è più il meteorite caduto dai cieli, è un fenomeno che in tutto si spiega storicamente: la sua sapienza linguistica, la sua cultura vasta, enciclopedica, la sua profonda dimestichezza con le lingue, l’Italia, la bibbia, la musica, l’aristocrazia si comprendono, acquistano senso nella storia dell’Europa e credibilità esistenziale. Non si tratta di Edward de Vere, il conte di Oxford (quello del film Anonymous) morto nel 1604 e improbabilissimo Bardo, né del giovane Marlowe assassinato nel 1593, né del rigido filosofo Francis Bacon, si tratta di un “colletto blu” e in più di uno straniero, un traduttore-erudito- cortigiano vagamente ebreo che nessun universitario poteva permettersi di considerare come Shakespeare. Degli oltre 70 drammi legati al nome Shakespeare tra i canonici, quelli scritti in collaborazione, gli apocrifi e gli ur- plays, io credo che i più grandi, all’incirca quelli che furono raccolti nel First Folio del 1623 (la raccolta di 36 opere di teatro attribuite dai curatori a Shakespeare), siano stati scritti da Giovanni o John Florio, alcuni con il contributo del padre ex- francescano poi predicatore protestante, erudito umanista.

John Florio è il grande traduttore di Montaigne e di Boccaccio, il segretario personale per quasi sedici anni della regina Anne moglie di Giacomo primo, è il pedante spaccone “al di sotto” di ogni sospetto che possedeva una biblioteca di centinaia di libri. In questa straordinaria, “shakespeariana” biblioteca di cui parlo in dettaglio nel mio libro, c’è la lista di quello che Florio ha letto per il suo dizionario, tra l’altro: tutto Aretino, Machiavelli e tutto il teatro italiano del Cinquecento.

JF portrait-
John Florio

Tra la fine dell’Ottocento e i primi trent’anni del Novecento la quasi totalità degli studiosi anglosassoni che si sono occupati di Shakespeare hanno trattato ampiamente di John Florio, “the Italian scholar” che non poteva non essere intimo amico di Shakespeare. Chi altro avrebbe potuto dare al Bardo tutte quelle informazioni e nozioni dettagliate su libri non tradotti in inglese, sulla cultura e le scienze, sull’Italia, sulla lingua italiana, la francese e la spagnola se non Giovanni Florio? Nell’edizione della Encyclopedia Britannica del 1902, ad esempio, si legge questo:

Vi sono fondate ragioni per credere che Shakespeare fosse tra gli amici di Florio (…) Disponiamo di numerosi elementi che costituiscono la prova indiretta che Shakespeare aveva familiarità con i manuali di Florio [“First Fruits” e “Second Fruits”] (…) Questo [“First Fruits”] è il libro che sembra naturale che Shakespeare avrebbe utilizzato per imparare la lingua italiana al momento del suo arrivo a Londra. (…) Shakespeare avrebbe così avuto modo di fare la conoscenza di Florio agli inizi della sua carriera londinese e tutto lascia supporre che non abbia perso l’occasione di contare tra i suoi amici intimi un accademico di quel calibro e un così attivo, solerte e originale uomo di lettere come the resolute John Florio.

Nel 1902 questo si pensava ufficialmente in Inghilterra di John Florio e del suo necessario rapporto con Shakespeare. Florio era unanimemente considerato una figura fondamentale per la comprensione del “fenomeno Shakespeare”.

 

william-shakespeare

L’attenzione su di lui giunge al massimo prima, nel 1921, con la pubblicazione (solo in francese però) della biografia di Clara Longworth Chambrun la quale definisce Florio “Apostolo del Rinascimento in Inghilterra all’epoca di Shakespeare”, poi nel 1934 con il fondamentale libro di Frances Amelia Yates “John Florio. The life of an Italian in Shakespeare’s England.” In quest’opera che porta finalmente Florio all’attenzione di un più largo pubblico colto e anglosassone, la Yates affronta timidamente in due paginette, alla fine del libro, la questione del rapporto di Florio e Shakespeare, promettendo di occuparsene in un libro a venire. Yates non scriverà mai il libro annunciato nel 1934. Intimidita, come lei stessa lascia intendere, dalla severa disapprovazione dell’establishment accademico e politico dell’epoca per essersi occupata di uno sgradito contemporaneo del Bardo, l’allora giovane studiosa passerà con successo ad occuparsi di Giordano Bruno. Così, la biografia che sembrava destinata ad aprire una ricchissima stagione di ricerche universitarie su John Florio, ha paradossalmente messo fine per circa ottant’anni a ogni seria e approfondita ricerca sul grande scrittore e traduttore d’origine italiana. Questa scomparsa dall’orizzonte accademico è sospetta, da sola quasi una prova che John Florio è Shakespeare!

La ripresa del 2005

Dopo una serie di più o meno insignificanti articoli sul lessicografo e traduttore in cui mai si affronta il tema dei rapporti con Shakespeare, è soltanto nel 2005 che gli accademici riprendono ad occuparsi di Florio la cui figura, ruolo e importanza nella cultura dell’epoca riprendono a crescere. Tuttavia anche in questa ripresa di interesse per Florio il rapporto con Shakespeare resta nell’ombra. Nel 2008 è stata la volta del mio sito web e poi del mio libro in italiano, della traduzione inglese nel 2009 e ora, nel 2013, in versione ampliata e rivista anche come eBook. Peraltro, ormai l’interesse per Florio sembra essere irreversibile, destinato a durare e a crescere. Nessun serio e onesto studioso di Shakespeare può a questo punto “evitare” Florio come dimostra la cronaca accademica di questi anni recenti. Dopo i saggi di Manfred Pfister e Micheal Wyatt del 2005, secondo cui Florio non era un banale pedante ma un coltissimo e finissimo umanista, l’estate del 2013 un accademico britannico, Saul Frampton, ha pubblicato due lunghissimi articoli nel The Guardian* di Londra in cui sostiene, mai visto né sentito in 400 anni, che Florio ha fatto da editor, ha riscritto le opere di Shakespeare! L’autore ha anche annunciato un suo libro su Shakespeare e Florio. In realtà, Frampton non ha il coraggio di dirlo, Florio non ha fatto che rivedere il suo proprio teatro!

Evidentemente John Florio è lo Shakespeare ideale, è il Bardo che viene così naturalmente dall’Europa e non dalle campagne londinesi della fine del Cinquecento dominate dal dialetto. La rivoluzione shakespeariana della lingua e del teatro è un’opera che viene da fuori, risultato di una saldatura transculturale che solo un mediatore con le doti di Florio poteva compiere. Questo go- betweener ha tutto per essere Shakespeare, una volta tanto ideale e reale coincidono! Secondo il parere della critica internazionale c’è tanto Giordano Bruno in Shakespeare e Florio ha passato più di due anni con Bruno all’ambasciata francese di Londra; c’è tantissimo Montaigne in Shakespeare e Florio a tradotto in inglese i suoi Saggi; c’è anche molto Tasso, Aretino, Ariosto, Berni, Boiardo, Machiavelli, Lasca, Guarini, Bembo, Guazzo, Cinzio, Bandello, etc. e Florio aveva tutti i loro libri nella sua biblioteca personale e li insegnava alla gioventù dorata, ai rampolli dell’aristocrazia inglese; c’è tanto Boccaccio in Shakespeare e Florio è l’autore della prima traduzione integrale del Decamerone in inglese; c’è tanta Bibbia in Shakespeare e Florio ha studiato teologia all’università di Tubinga. Senza contare che il padre, figlio di ebrei convertiti, era stato francescano e poi pastore protestante; c’è tanta musica in Shakespeare e Florio ha introdotto i masques a Corte assistendo la sua regina e il suo re nella scelta dei musicisti; c’è tanto sentimento aristocratico in Shakespeare e Florio è stato il precettore del conte di Southampton prima e poi l’amico che ha goduto della protezione del giovane nobile, senza contare che ha fatto da segretario personale alla regina per sedici anni e ha tradotto in italiano un’operetta scritta da Giacomo I; ci sono tanti libri in Shakespeare e Florio ha lasciato nel suo testamento a William Herbert terzo conte di Pembroke 340 libri italiani, francesi e spagnoli più una quantità imprecisata di libri inglesi andati alla moglie, centinaia certamente e tutti oggi perduti!; ci sono tante PAROLE in Shakespeare , vecchie e appena coniate e Florio era un linguista, un mago del verbo, un poliglotta fanatico del linguaggio: il suo World of Words contiene 74000 parole italiane e circa 150000 inglesi. Florio ha inventato più di mille parole nella lingua di…Shake-speare! ; c’è una sorprendente introspezione ebraica nel Mercante di Venezia e Florio è figlio di un padre i cui genitori erano ebrei convertiti; infine, last but not least c’è tantissima Italia in Shakespeare a tutti i livelli: stilistico, linguistico, geografico, topografico, emotivo. E Florio è italiano, ha vissuto 17 anni nei Grigioni a due passi da Milano, Padova, Venezia … Questo in sintesi estrema è John Florio: nessun altro in Inghilterra possedeva a un così alto livello questi doni shakespeariani!

John Florio e l’Italia

E in Italia che si è detto e scritto di Florio?
Dagli inizi della mia ricerca mi sono chiesto perché in Italia ci sia tanta diffidenza, indifferenza, sufficienza, quasi disprezzo per la Shakespeare Authorship Question, ossia per il problema della paternità delle opere di Shakespeare. Che non sia una questione campata in aria appare evidente. Per un’opera teatrale e poetica che è una delle massime se non la massima della modernità l’autore, evidentemente, latita. E non è normale, non è logico, non è giusto. Manca di vita, di carne, di psiche. Manca la persona di Shakespeare e mancano i documenti anche personali, gli scritti, le lettere, insomma l’espressione diretta e necessaria della personalità di uno scrittore, al contrario di quello che succede ad esempio con Machiavelli, Ariosto, Tasso o Chaucer, Bacon, Ben Jonson. Manca di credibilità. La questione Shakespeariana esiste, è una realtà storica e non il risultato di una cospirazione plurigenerazionale che durerebbe almeno dalla metà dell’Ottocento se non dall’epoca stessa di Shakespeare! È ragionevole dubitare della versione ufficiale. Un fatto che io trovo particolarmente sorprendente è il poco o nessun valore che gli specialisti (e dunque l’opinione pubblica che contribuiscono a formare) attribuiscono ai giudizi sull’identità di Shakespeare espressi da un numero elevato di grandi scrittori e scienziati moderni. Mi riferisco evidentemente a autori come Henry James, Sigmund Freud, Charles Dickens, Walt Whitman, Mark Twain, Charlie Chaplin, Orson Welles e altri per cui il nome William Shakespeare (o Shake-speare) sulle copertine di alcune singole opere teatrali pubblicate all’epoca, non è sufficiente a identificare l’autore e che a «shake the Lance» ossia la penna, è stato qualcun altro. Autori questi, tutti degni di fede, reputatissimi, addirittura adorati, letti da moltitudini e insegnati nelle scuole ma che per questa loro posizione su Shakespeare invece vengono snobbati come si trattasse di cervelli balzani.

Ma torniamo al rifiuto di Florio da parte italiana. La prima ipotesi, per quanto riguarda il presente, è che la candidatura Florio sia stata inflazionata, bruciata in anni non lontani dal libretto di un professore di scuola media di Ragusa che ha rilanciato un suo Florio Crollalanza (Shakespeare era italiano, 80 pp. Ispica, 2002). La sua tesi folkloristica e l’approccio dilettantesco hanno avuto grande risalto nei media e non solo in Italia, anche il Times di Londra ne ha scritto. Questo non deve sorprendere perché più una tesi sulla questione shakespeariana, ad esempio, è fasulla e destituita di fondamento, dunque divertente, più i media hanno tendenza a accoglierla. La cultura italiana è perfettamente a suo agio con lo Shakespeare dominante, britannico e la semplice idea di sovvertire quest’ordine con un nome italiano la disturba. Gli accademici italiani si sono ben guardati dal sostenere qualsiasi storia sulle origini italiane di Shakespeare temendo che una simile tesi li avrebbe resi ridicoli agli occhi dei colleghi delle prestigiose università inglesi e americane che, tra l’altro, tengono i cordoni delle borse di studio e dei congressi internazionali. Così i nostri universitari, non solo hanno respinto sdegnosamente, con zelo superiore a quello dei britannici, le eventuali candidature italiche al ruolo di Bardo, ma sono arrivati a minimizzare anche l’influenza della cultura e della lingua italiane su Shakespeare e a snobbare totalmente John Florio eliminandolo dall’orizzonte dei loro studi.

Dopo il saggio informativo ma riduttivo di Vincenzo Spampanato nel 1924, è stato Mario Praz a massacrare, dieci anni più tardi, John Florio con una critica che sembra piuttosto una di quelle stroncature propinate a contemporanei avversari allo scopo di produrre loro il massimo danno possibile. In effetti è difficile da capire l’aggressività di Praz – insegnante di italiano in varie università inglesi dal 1923 al 1934 – nei confronti di chi, come Florio, l’aveva preceduto in Inghilterra guadagnandosi grande fama. Che non sia questa la chiave di lettura per interpretare tanto astio? Quale che sia la causa profonda, vediamo alcuni passaggi dell’incredibile stroncatura praziana, tratti da articoli poi raccolti nel volume Machiavelli in Inghilterra del 1962.

Personaggio importante, dunque il Florio, se non proprio simpatico. Poiché del cortigiano e del letterato cinquecentesco egli sembra possedere molte delle meno amabili caratteristiche, trafficone, sicofante, piaggiatore, pedante, acrimonioso (…) come tanti poligrafi dell’ età sua (…) è un mediocre che deve la sua fama a eccezionali circostanze. (…) Ché Florio era un retore (…) Non basta saper sciorinare tutte le risorse d’una lingua per essere buono scrittore (…) la figura dell’autore di un dizionario, d’una raccolta di proverbi, e di manuali di conversazione bilingue, non è circonfusa d’alcun alone poetico; nulla di sublime che ne redima la meschinità; (…) il Florio, pel quale la frase non è che un accordo di suoni, e l’importante è veramente la parola, caramella che egli succia beato, per classificarla o per estrarne una freddura. (…) Il suo insegnamento mirava più alla figura che alla sostanza; ad arricchir la memoria degli allievi con frasi fatte, proverbi, ecc. (pp.167,168,171, 375)

Quando uno dei “padri” della critica letteraria e dell’anglistica italiana si è espresso così su un autore, non sorprende più che le successive generazioni di studiosi italiani si siano piegate all’autorità del maestro e abbiano sottovalutato Florio inorridendo solo all’idea di una sua possibile identità shakespeariana. Così in Italia nessuno ha saputo interpretare i profondi legami del Bardo con la nostra letteratura e trarne le dovute conclusioni, nessuno ha visto come, al di là delle ingannevoli apparenze, il linguista erudito e il drammaturgo condividessero carattere, pregi e difetti al punto di coincidere!

Al di là del motivo forse più forte, appunto l’ossequioso, colonizzato allineamento con il credo delle università anglosassoni che hanno etichettato John Florio come talentuoso lessicografo, un pedante Oloferne a cui il Bardo si è vagamente ispirato e basta, bisogna dire anche che gli universitari italiani non hanno mai avuto simpatia per questo esule italiano. John Florio avendo vissuto tutta la sua vita lontano dal commercio con gli italiani, arriva a pubblicare, prima nel 1598 poi nel 1611, un dizionario che contiene 74000 parole italiane raccolte in una quantità di variegatissima letteratura, dai classici del Trecento a tutto il Cinquecento, ma anche in opere scientifiche, tecniche, gastronomiche e militari! Un exploit geniale, di una modernità sorprendente, un risultato superiore al dizionario della Crusca che deve aver lasciato gialli di invidia i dotti nostrani per quattro secoli! Tutto questo spiegherebbe bene l’antipatia che si è guadagnato in Italia. Se si pensa poi che, come ho detto, è stato quest’emigrante a tradurre Montaigne e, se non bastasse, a dare agli inglesi il Decamerone, allora si capisce come tanta virtù gli sia valsa l’oblio! In quattrocento anni nessuno, in Italia, ha scritto una monografia su di lui, quasi nessun saggio, né articoli importanti se si esclude quello di Spampanato nel 1924 e le calunnie di Praz nel 1934. E poi non esiste in Italia un premio di traduzione che porti il suo nome; né l’Istituto italiano di cultura di Londra gli è stato intitolato; né tanto meno è stata eretta una sua statua in qualche luogo significativo della capitale britannica o in una città italiana. Anche in occasione della ripresa di interesse e curiosità su John Florio nel 2005, sono studiosi stranieri, un tedesco, un americano e un inglese a riaprire il discorso mentre gli italiani continuano a tenersi, tradizionalmente, a distanza di sicurezza. Anche il rapporto stretto e intimo di amicizia di Florio con Giordano Bruno non ha incuriosito più di tanto i nostri universitari. Io mi chiedo, en passant, come coloro che conoscono le opere di Bruno non comprendano che il Nolano, l’academico di nulla academia, che detestava i pedanti, non avrebbe mai stretto amicizia per due anni con Giovanni Florio se questi fosse stato davvero il tronfio pedante descritto da Praz!

Uno studioso svizzero, comparatista e specialista di lingua e letteratura italiana insegnante alla CUNY di New York, Hermann Haller, ha pubblicato nell’aprile 2013 un’opera ai miei occhi importantissima per la rivelazione di Florio, l’edizione critica del primo dizionario al mondo delle lingue italiana e inglese pubblicato da John Florio nel 1598 A Worlde of Wordes. Se ne occuperanno i nostri specialisti? Difficile dire. Finora per la nostra cultura è stato assolutamente intollerabile che questo scomodo emigrante venisse proposto come Shakespeare. Un cambiamento rischioso. Un problema in più, un’immensa, imbarazzante eredità che richiederà un’autocritica e una celebrazione che nessuno avrà voglia di compiere. Ma ora John Florio è nell’aria, rischia di diventare di moda, inglesi e americani se ne occupano, rischia clamorosamente di imporsi come il vero Shakespeare.

A questo punto i nostri accademici e “tutti quanti” potrebbero diventare improvvisamente Floriani…

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*I due articoli di Saul Frampton si possono leggere qui:  http://www.guardian.co.uk/books/2013/jul/12/who-edited-shakespeare-john-florio?INTCMP=SRCH#start-of-comments http://www.theguardian.com/books/2013/aug/10/search-shakespeares-dark-lady- florio

La salamandra

Giuseppe A. Samonà

8170948596_071bc2400c_bArrivando, il caldo è soffocante, e dovrebbe esser notte, con noi a dormire, invece è giorno, e siamo svegli, anche se stralunati, e tutta quella gente dall’altra parte del vetro a battere con i pugni, accalcarsi, come se volessero proprio noi, noi in fila, stralunati, che dovremmo vorremmo dormire e siam svegli, e fa un caldo, e poi fuori, ancora più caldo, e la gente senza più il vetro, tutti che urlano si agitano ci accerchiano, tutti addosso, sì sì aiuto, e ci strattonano, ci toccano, aiuto, aiuto, hotel, hotel, siamo dentro un carrettino – ma quando siamo saliti ? – via a tutta velocità, ci ha anche un motore, ma che fa ? attenzione alla mucca, un’altra mucca, o è una vacca, it’s the same, ma in mezzo alla strada ? d’un pelo evitiamo un banchetto, un altro si rovescia, bestemmia, credo, il venditore, frutta tanta e bella a rotolare sull’asfalto, nella polvere, ma noi siamo lontani, oramai, via, via nel carrettino a motore che sembra una vespa grassoccia, mucche, macchine, altri carretti, banchetti, ho la nausea, ho paura, ma arriviamo, hashish hashish heroin, ma che dice ? no, no, ancora più paura, dove siamo ? via, dài, dentro l’hotel dentro la stanza, presto, chiudere la porta, e mi getto sul letto, esausto, appicicoso, schifoso, fa un caldo, un caldo, ed è sempre e per sempre giorno, almeno però sono sul letto, orizzontale, al sicuro – ma ecco, la vedo : proprio sopra di me, appiccicata al soffitto con le zampine a ventosa, rosa e ine, le schifose zampine, ma tutto il resto è one, enorme, e verde, la coda, il pancione (… one) che va su e giù, schifoso si gonfia e si sgonfia, respira, e il testone (one), che rovesciato mi guarda, gli occhi indifferenti, e la bocca si apre e si chiude, il collo anch’esso si gonfia e si sgonfia, come se stesse deglutendo qualcosa, o volesse parlare, sì, sì, mentre le labbra – ha anche labbra, maledizione ! – formano come un ghigno, sembra che sorrida, che rida. E sorridendo, ridendo – ma gli occhi come dissociati restano indifferenti – mi guarda, e finalmente (mi sembra) sibila, sussurra : Sono la salamandra – dice – e se mi gira ‘disventoso’ le mie zampine (così parlano le salamandre) e ti cado schifosissima sul viso. Sì, proprio questo dice – o forse son io che le leggo il pensiero, è lo stesso – guardando me che sul letto, dal letto, la guardo. E non mi muovo.

Dovunque altrove, è ovvio, sarei già balzato via, fuori, lontano. Ma ora, a che serve ? Fuori c’è hashish hashish heroin, e il traffico pauroso, la paura tutta, le mucche, i carretti, pericoli dappertutto, e la gente, la gente che urla, heroin, hotel, e persino mushrooms, e poi, è ovvio, hashish, hashish, e tira, strattona, tocca, tocca, con le mani schifose, lucertolose, sembrano anch’esse rosa, come mille zampine… Dio mio, se potessi la riattraverserai quella città infernale, sino all’aereoporto, al di là dei vetri, back through that fucking Looking-Glass e su, via, sull’aereo, per tornare a casa – non ho neanche vent’anni… Ma sono troppo, troppo stanco, appiccicoso, fa un caldo, non posso. Così, rimango steso sul letto, mentre le pale un poco più in là si son messe a girare – chi gliel’ha detto ? – rimestando il caldo, per me e la salamandra, che sempre sorride, ride, e mi guarda.(Quando il buio è arrivato, la sera, non paura come dovrebbe ci ha fatto, ma come un poco sollievo – come se tutto laggiù fosse stato al contrario, o forse è perché il tempo, almeno quello, rientrava nell’ordine, non so – e abbiamo messo il naso fuori dall’hotel, due passi, in mezzo alle ombre di uomini, sempre frenetici, urlanti, toccanti, ma come meno, e più dolci, c’è sembrato, ma sempre il caldo, e beviamo un mango delizioso, e ridiamo con il signore che ce lo vende e cerca di farci ridere, e cogliamo nell’aria un refolo – anche il vento esiste, allora… -, e guardiamo il cielo, le stelle, anche loro… – e torniamo nella nostra stanza, la salamandra sta sempre lì, ma mi sembra che non rida più, solo sorride, ed è, come tutto il resto, quasi accettabile :  il primo giorno sta finendo, e me ne accorgo – ma non mi accorgo, ancora non lo so, che mi sono già innamorato, e per sempre, dell’India)

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(…Or I could just cite Conrad again, only this time verbatim: “And this is how I saw the East. I have seen its secret places and have gazed into its very soul; but now I see it from a small boat, a high outline of mountains… The first sigh of the East on my face. That I can never forget. It was impalpable and enslaving, like a charm, like a whispered promise of mysterious delight”. How can I, today, not feel a sweet strong emotion seeing again in my mind that smiling salamander hanging over head?)

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(V. anche: Quand j’y repense en français)

Pensamenti dominanti

Lamberto Tassinari

Photo: Patricia Vergeylen
Photo: Patricia Vergeylen

In una piega informatica del mio computer si trovavano (da quanto? tempo?) quattordici pensamenti…e lì si trovano ancora: ma ho deciso di trasferire le loro sembianze, il loro avatar qui,  affinché qualcun altro, forse, li legga perché come sostiene un grande amico lontano ma vicino, malgrado tutto: “fanno riflettere”. Sperando che sia davvero così, li varo (non tutti insieme ma 7 alla volta, sì, perché 7 è il numero  della pienezza, della perfezione) fragile barchetta di carta, nel mare magnum dell’immateriale rete grande come il mondo.

TRADIZIONE

Si sa che è solo questione di tempo e che tanto o poco, di tempo, è lo stesso. Eppure, malgrado ciò, si dà un’importanza incredibile, nel frattempo, alle cose che si ripetono, apparentemente identiche. Questa ripetizione costituisce: la tradizione. Tale tempo, in cui gli antenati, i venuti prima, i già vissuti, facevano e dicevano, possono essere secoli : quattro, cinque, sei o sette oppure qualche migliaio di anni ma non più di cinque o seimila. Perchè, come i giri del motore, dopo qualche migliaio si sballa : non c’è quasi più Storia oltre i cinquemila giri. O meglio, c’è umanità, ma non così riconoscibile come quella sotto i cinquemila. A diecimila non c’è quasi più nulla, come alle grandi profondità quando ogni forma di vita si fa rara. Eppure anche diecimila anni veramente non ci impressionano perché se misurati da geologo sono pochi, da astrofisico, nulla, da filosofo, tutto e nulla. Solo per gli storici sono tanti, troppi. Allora? E’ inutile gonfiarsi col tempo.

NAZIONALISMO 1

A formare il nazionalismo storico, quello che decolla in Europa alla fine del Rinascimento ma iniziato già secoli prima, hanno contribuito forze profonde, economiche, religiose, ideologiche. Forze che tendevano tutte congiuntamente alla realizzazione dell’unità nazionale che si realizzerà progressivamente con la « liberazione delle masse » e allo stesso tempo con la costituzione  di un’economia capitalistica nazionale,  di una chiesa nazionale e così via, il tutto  in un mercato mondiale. Oggi queste forze centripete non agiscono più nello stesso senso, nella stessa direzione nazionale, ma sono diventate centrifughe, di conseguenza il nazionalismo si è ridotto a un desiderio ideologico-volontaristico, malinconicamente nostalgico. Una forza debole, centripeta che risulta insufficiente a produrre l’effetto desiderato, impotente contro le forze opposte della globalizzazione che oggi ci appare « cieca », ossia il cui orientamento ci è impossibile cogliere immersi come siamo dentro il movimento.

 

Photo: Pierlucio Pellissier
Photo: Pierlucio Pellissier

 

 NAZIONALISMO 2

Il virus della nazione, come tutti i virus, colpisce in modo particolare gli individui più deboli. Penso a quegli uomini e a quelle donne che, per ragioni diverse, si ritrovano con un sistema identitario malandato. Tutti quelli che hanno difficoltà a identificarsi, a stare nella vita, che hanno bisogno di « sostegno », di « compagnia », tutti loro, più facilmente degli altri, sono vittime del virus della Nazione, della Patria con la p maiuscola. Questa gente finisce per sviluppare la sindrome nazionalista che si presenta in varie forme, dalle più leggere e benigne alle più gravi e fatali, il cui ultimo stadio è il nazismo.  Molto spesso i diffusori di questo virus sono portatori sani che non fanno che trasmetterlo ai più deboli allo scopo ultimo di dominarli.

CORPO VIVENTE

E’piccolissimo o grandissimo, come tutto ciò che esiste, indefinibile come il tempo. Per corpo, intendo organismo, vivente. Come il nostro che inizia a vivere così e che cessa di vivere (non di essere), così, per infinite ragioni. Ragioni che possono essere esterne : violenza di guerra, volontà aggressiva di altri corpi o di forze naturali. O interne : micro organismi, (piccolissimi corpi) o disfunzioni organiche. Di corpi se ne consumano quanti se ne fanno, senza sosta : di buoni e di cattivi, durano più o meno, in ogni caso si riproducono con sbalorditiva facilità e non finirebbero  mai. Il grande corpo di Gaia sforna corpi senza sosta : macrocosmo, come è stato detto, pieno di microcosmi.

Photo: Patricia Vergeylen
Photo: Patricia Vergeylen

I corpi si somigliano tutti, sono la stessa cosa. Mutano segretamente per divenire ciò che sono, che sono sempre stati. Anche quando sono mutati tanto da essere irriconoscibili rispetto a ciò che erano, il principio che li ha fatti mutare, per cui mutano, era già : questo vale per tutte le mutazioni, anche le più strabilianti  che sono sempre in corso.

STORIA

Non credo nella disciplina,  la storiografia, né nel suo oggetto, il tempo che essa trasforma in Storia. Come le leggi della fisica classica non valgono più a elevatissime temperature o a una velocità superiore a quella della luce, lo stesso la Storia a diecimila anni sballa e diventa paleontologia. Per me Storia è dare uno sguardo a fatti di un certo tipo, avvenuti tra l’ora e il prima, per stabilire un confronto, per procedere a una semplice verifica nel brevissimo periodo, senza la pretesa di trarne conclusioni universali, senza voler imparare o insegnare qualcosa “per il futuro” incommensurabile.  Perché, generalmente parlando, tutto è avvenuto. In ogni arte e nel pensiero e nella vita:  tutto è stato fatto, detto, pensato. La frustrazione che alcuni credono una tale visione provochi, esiste solo per chi, come loro, crede nel progresso, appunto nella Storia. Ossia per chi è convinto che le cose non solo migliorino ma che divengano altro, che si realizzino. Solo per loro è insopportabile  e scandalosa l’idea che non si possa “far meglio”. Per chi invece sa che la freccia del tempo non ha mai filato da sinistra a destra portando sempre del Nuovo, non c’è scandalo. Non è giusto, ovviamente, dire che la Storia finisca. Perché non è mai cominciata. L’inizio della Storia è stato un atto di volontà, il fiat arrogante di un parvenu. E’ stato un abbaglio, un’idea condivisa da un certo numero di persone viventi per un istante di qualche secolo e da loro imposta violentemente al Mondo. Anche il progresso scientifico e tecnico, quello che a tutti, quello sì, sembra davvero e chiaramente portare senza sosta del nuovo assoluto, è un abbaglio perché non fa che ‘re-inventare’ ciò che il mondo è. Riproduce, proietta fuori dell’essere umano le formule di complessità esistenti da sempre nella materia: conosce riproducendo. S’illude di creare e non fa che ripetere. Sillaba ciò che esiste.

 INDIVIDUALITÀ CREATRICE

La convinzione di essere unici è la più patetica. Nelle società moderne, organizzate, dal Seicento per farsi un’idea… storica, è diventata un’ideologia. Lo spazio in cui opera è il mercato. L’unicità ha un valore, per questo la cosa prodotta, che è diventata una merce, va affermata e difesa. Ogni pensiero o manufatto (opera) che produce ciascun individuo è pensato come unico e va documentato (trascritto, datato, catalogato, conservato) per distinguerlo dagli altri. Ognuno ha un copyright e guai a copiare! Queste opere sono tutte spalmate sul tempo, una prima una dopo, con numeri al lato, l’anno e il giorno fissato, a volte anche l’ora. E il prima e il dopo generalmente hanno un significato netto, una logica in base alla quale non si può aver pensato o fatto una cosa prima di una certa data! Questo modo di ragionare si chiama storicismo. Quando accade che questa regola non venga rispettata e la legge della proprietà intellettuale venga infranta, allora si parla di plagio, se la fonte precede, se invece segue di anticipazioni precorritrici, profetiche, visionarie che non possono essere perseguite legalmente.

Photo: Patricia Vergeylen
Photo: Patricia Vergeylen

MOVIMENTI

Si  può anche dire che la Storia è l’insieme dei fatti, dei movimenti nel Tempo. Dapprima sono stati raccolti, selezionati solo quelli degli individui importanti, le  res gestae, poi la Nouvelle Histoire si è interessata quasi a ogni tipo di fatti della gente comune. La Storia in fin dei conti è l’insieme di ciò che accade, o meglio di ciò che appare essere accaduto. Certo, l’Europa feudale non è l’Europa borghese, il feudalesimo è un fenomeno storico altro dal capitalismo che è venuto in seguito così come l’adolescenza segue da sempre l’infanzia. Insomma, si può continuare per comodità metodologica e a breve termine, a parlare di Storia.

Tutto ciò che accade è movimento, movimento nel tempo. Ogni vita, dalla più effimera alla più duratura, è fatta di movimenti. Le cose che stanno immobili, come le rocce e le montagne, quasi non cambiano o si trasformano molto lentamente, quelle invece che si muovono cambiano visibilmente e più velocemente si muovono più cambiano forma. Come non si sa dove vanno “i movimenti” –  dove scompaiano i gesti della mano, l’ondeggiare dei rami, delle foglie, dei capelli, i passi e tutto ciò che si muove – così non si sa dove va ogni vita che è l’insieme di tutti i movimenti di ogni corpo vivente, di ogni cosa che esiste.

Non si sa dove vadano come non si sa, non si capisce dove avvengano, in che luogo, condizione e stato siano le cose. Non sapendo cosa siano e da dove vengano i corpi e tutto ciò che costituisce il Mondo, si può dire che i movimenti non esistono  e con loro il Tempo e lo Spazio entro cui sembra che le cose accadano.

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The Ride Home

Patricia Vergeylen Tassinari

She always rode the same bus because she liked the exotic smells which travelled back and forth as the doors opened and closed. She had always loved the exotic. As a child Mary had longed for something unusual, strange; she had wanted her parents to be different from the others. However, the only exotic aspect of her childhood had been a Chinese wallpaper which hung above her bed. At night, she would escape and join the kimonos in the gardens. Now at twenty she lived alone in a run-down part of the city, the furthest from home. Her parents never came to visit, they couldn’t understand this daughter who had always been so quiet, a daughter they had never known.

Mary liked to sit in the middle of the bus and on the side with the single seats. She always tried to sit alone now, ever since that man sitting beside her had whispered the word “blood” to her. She had been too afraid to look at him and everything around her became red for a few minutes. She still didn’t know, what had he meant? her blood? his? the world’s? She was always afraid now of other words whispered to her between one bus stop and another. Tonight she stood and began to play her usual game. She would chose a passenger, it had to be someone from a distant country, close her eyes and imagine him back home. She would undress and dress him, make him smile and leave him in a significant setting. She hadn’t travelled yet so she would always place the Greeks on the Acropolis and the Italians at the Colosseum. Her eyes were still closed when she felt someone tugging at her sleeve.

Signorina, signorina, look“.

Photo: Sergio Fontana
Photo: Sergio Fontana

An old couple were handing her a yellowish photograph of a little girl sitting on some steps. The woman kept on pointing to Mary’s hair, her eyes, her worn out fingers would run from the photograph to Mary’s face. Mary thought she recognized herself, once she too had that smile. The woman wrapped her arms around her and lead her off the bus. The old man followed with bags.

Mary walked along with them on streets which were becoming less familiar. The sky too had never seemed this bright. She followed them into an apartment full of colour. The walls were ocher. Gold and silver angels with the little girl’s face were strung over the furniture and across the windows. Mary was delicately led into a bedroom, she was handed a large white starched night gown. Blinds came rolling down and white sheets stood almost upright as the old woman prepared her bed. Mary was soon tucked in and the old woman stroked Mary’s hair until she fell asleep. That night she dreamt of churches, piazzas and angels. The next morning she woke to the sound of shuffling feet and the smell of coffee. As she entered the kitchen the couple smiled at her and invited her to sit between them. A big pink cup foaming with milk was handed over. Mary felt happy. She liked this old couple, the pink and blue plates, the angels flying about. It felt like home. She would stay. •

 (Published in ViceVersa n.40)

And this is how I saw the “Near East”

Giuseppe A. Samonà

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Photo: Sophie Jankélévitch

Città d’oriente tripudio di moschee di chiese polidosse di solitarie sinagoghe di viuzze che si intrecciano l’una con l’altra d’improvvisi spazi sontuosi piazze grandi alberi tropicali di nuovo stradine viuzze un odore stordente di seta di spezie e tutte tutti formicolanti di gente stretta in una tremenda morsa di caldo, ma ci hanno detto per carità non bevete mai l’acqua solo acqua minerale e noi siamo così giovani così belli: non vogliamo non possiamo morire.

Quel sole sopra le nostre teste però che brucia martella, quell’aria che sembra bagnata e non un filo di vento non una traccia d’ombra, noi appoggiati esausti sul muretto che delimita la grande pianura pietrosa intarsiata d’arabeschi vuota di umani, quell’arsura la gola secca un bisogno un’urgenza la sete ci divora ci uccide ma non un bar un chiosco un venditore ambulante – solo, in lontananza, al limite opposto, i carrozzoni sonnecchiosi di un circo disposti in semicerchio; con di fronte, nel mezzo, una fontana di marmo che vomita potente senza mai interrompersi: acqua, acqua tersa limpida trasparente profumata scintillante di frescura  e purezza – com’è possibile che tanta bellezza sia un subdolo inganno, una trappola? Pure, sappiamo: un sorso, anche uno solo, e saremo morti. Morti.

Allora ci avvicina un uomo, un giovane, ma più vecchio di noi, più maturo (porta infatti dei folti baffi neri). Avete sete? (sì, ce lo dice nella nostra lingua segreta: ma come avrà capito?) E senza attendere la risposta, indica la fontana. Per aggiungere rassicurante – intuisce il nostro esitare –  che possiamo bere senza timore: lui è medico. E sa. Con certezza. Non c’è inganno, trappola –  quell’acqua è proprio come sembra: tersa, limpida, pura… Mentre noi rassicurati siamo già con le mani sul marmo della fontana (lui ci ha seguito, spiegando), e beviamo beviamo, avidi, insaziabili. Felici. Quindi, ancora gocciolanti, lo guardiamo, lui, l’amico, il nostro salvatore – che spostando il suo dito indicante verso la sinistra rivela finalmente – e il tono della sua voce si fa perentorio – l’inoppugnabile prova: Ci ha bevuto l’orso!

L’orso. Che dalla sinistra, sul fondo, l’estremità d’una catena alla zampa (l’altra estremità è tenuta da un omaccione, anche lui baffuto), trotterella docile, si dirige verso di noi, la fontana. La morsa di caldo è tremenda, e ha di nuovo sete.

N.B. The “Near East” is the geographical area more commonly referred to today as the “Middle East”. It is the term generally employed by archaeologists and historians of the Ancient World. For biographical reasons I prefer it to the more contemporary appellation, especially when dreaming about the past and revisiting memories. The title is a near quotation from Joseph Conrad, one of my favourite classical writers.

(Vedi anche: Et c’est encore ainsi que le Proche-Orient m’apparaît)