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Viceversa – ♫ How does it feel?

Giuseppe A. Samonà

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© Photo Sophie Jankélévitch

Intelligenza degli uomini, in the meaning of human beings, uomini e donne, quelli che s’incontrano e ci si scambian cose e parole, amore : potere, pouvoir (dans le sens du verbe)  come immaginazione, insieme – già: ma come, come portare i suoni della lingua italiana nel grande nord canadese?  Sentire (it.) e sentir (fr.) partono dai sentimenti: io mi sento bene, ti sento dentro di me (dall’astratto al tattile). Poi uno si fa olfattivo: je sens mauvais; l’altro auditivo: lo sento venire (attenzione: non il … tattile. Tuttavia, entrambi possono ritrovarsi eroticamente: ti sento venire – I feel you’re coming). I francofoni del Canada, e le francofone  (up there we are politically correct), con quel lieve strato di duvet sulle gote, a protegger dal fret, le froid, amano con i profumi, che quel freddo conserva soavi: gli i­taliani con le parole. E ancora: la rose sent bon (la rosa profuma), je sens la rose (odoro di rosa), odoro la rosa, la sento. Poi: io mi profumo (con l’essenza di rosa), o addirittura: so di rosa (sapere, sapore, saveur et savoir: è un’altra affascinante storia…). Infine: je sens le vent (con la sua scia di primavera), e sento il vento (il messag­gero delle epea pteroenta, le parole alate…  – il che a volte – siamo allo spagnolo – può far male: el viento pasa, lo siento mucho). Ma solo in inglese si è pouto metterlo in musica. Bob Dylan.

E dunque? È semplice ! Ci penso io – ma con una precisione :  fainéant vuol dire alla lettera  « fannullone » : ben che (è questo il punto, ed è grave) il néant esista in sé (infatti si trova nel Dizionario), mentre il « nullone » (cioè il grande nulla) esiste solo in quanto espressione di un fare negativo (infatti nel Dizionario non si trova). Gli italiani insomma avrebbero meglio dei french canadians capito che il nulla vive solo come modificazione del fare, anzi come sua essenza : la chiave dell’universo in cui, appunto, viviamo, e di cui siamo, sempre appunto, fatti. Per questo gli italiani, più e meglio dei (e delle) franco-canadesi (mi ostino, l’ammetto, a non parlare di québéquois et québéquoises) ed anche, diciamolo, degli anglo-, sono fannulloni. Ne fais pas la vaisselle, je m’en occupe, direbbe un francofono, o anche un anglofono, direbbe chiunque. Ma un italiano : Ci penso io. Ed eccomi – io, che resto malgrado tutto anche un po’ italiano – di fronte a un’immensa pila di piatti sporchi, immobile ; mentre anch’io immobile, seduto, l’osservo, la studio, la testa fra le mani, a pensare… (n.b. A scuola mi avevano insegnato che i nomi dei popoli quando sono sostantivi si scrivono maiuscoli, minuscoli se aggettivi – ma poi ho imparato che la lingua, come la storia, ha le sue zone d’ombra, e oramai, non per ignoranza, per scelta, li scrivo sempre minuscoli – tranne quelli che vissero un tempo, quando ancora non c’erano le moderne “nazioni”: i Greci, gli Egiziani, i Sumeri…)

Perché si scontrano, ma anche si incontrano le culture, e si scambiano si mischiano si confondono giocano insieme.

             Ne pas se  pencher au dehors… –

c’è scritto nel treno che buca le Alpi, ed entra in Italia, profumo di pizza. Così in tutte le lingue : Nicht hinauslehnen (e fa un po’ paura); Don’t lean out of the window : gli ordini non si discutono. Ma non in italiano : È pericoloso sporgersi. Come dire : sarebbe meglio di no, ma se proprio volete… (io però vi avevo avvertito). Trionfo del libero arbitrio, di sapore kantiano (eppur, era tedesco), o forse più semplicemente saggezza spericolata di lontane origini mediterranee : il desiderio di sfidare la morte, che alletta mascherandosi, si può imbrigliare, non sopprimere. Odisseo e le Sirene.

Però anche, ostie voire sacrifice (ché ahimé la storia, amara, insegna e ne rêvasse pas)… Ci pensa Lui!

Infatti, c’è anche scritto (in quello stesso treno) : Ne pas jeter (oggetti, fuori dalla finestra ; o nel cesso, è lo stesso). Così in tutte le lingue : Nicht… ; Don’t. Ma in italiano : È vietato. Come prima, più di prima, e assai diverso, nel senso di peggiore che in qualunque altra lingua. Altrove non si fa : qui, se proprio volete… Ma non più alla saggezza greca, si fa appello, bensì a quella che si vorrebbe romana, ed è, orrore, mascelluta e fascista : Fatelo pure, che poi ci pensa Lui  (e la paura fa novanta. Ma almeno i treni – appunto – arrivavano in orario). Non a caso ci fu l’Italia libera di Raffaello e Verdi (che, notiamolo bene, non era ancora Italia), quella schiava e cialtrona di Mussolini e Berlusconi (ini e oni). L’eterno fascismo italiano (C.L.). Ogni cultura ha il suo tasso di puzza. (Dall’Alpi a Capo Passero, mentre scrivo, è particolarmente elevato. Insopportabile).

Del resto, dovrebbero saperlo tutti, ma non si sa mai : meglio consigliare, avvertire, persino comandare, ma con severità dolcemente multilinguistica (la torre di Babele, ahimé, è caduta da tempo). Ne pas salir, Non sporcare, Nicht… (che non ricordo, ma ricordo fonicamente tremendo) : trattasi appunto d’ingiunzione, e preventiva – come dire : non dovevate venir qui, ma oramai ci siete, non fate nulla, e se proprio dovete farlo, fatelo di nascosto, senza offendere l’occhio, e le orecchie, o il naso. Gli anglofoni però – du moins, parfois, e qui penso proprio a quelli dell’England – la pensano diversamente:  loro – beati – possono abbandonarsi senza ritegno, forti di una grazia che gli proviene da una superiore, secolare civiltà : Leave your fellow camarades the opportunity to find this toilette in the same conditions you have found it. L’ho letto (giuro) in un cesso di crociera greca, in cui esitante guidavo un gruppo di studenti canadesi (franco e anglo). Sublime fraternità della terra di Albione…

Di nuovo, quanto appare diverso il caciarirridente e « del bene comune io me ne fotto » individualismo italiano. Forse è perché non abbiamo fatto (com’è ovvio) la Rivoluzione francese ? O forse è perché il 68 è finito male. (E il 77 peggio.) Fatto sta che il mio amico ha allora intuito che per le grandi imprese, i grandi ideali, non c’è niente da fare. “Capisci?”, mi dice, addentando con passione una pizza bollente. “Meglio attaccarsi direttamente alle piccole: con quelle, qualche soddisfazione te la prendi”. E mi srotola sotto il naso, aprendosi un varco tra forchette e avanzi di supplì, un lenzuolo di carta millimetrata, che lui ha gravato di disegni, proiezioni, calcoli. Per spiegarmi – e i suoi ragionamenti sono inoppugnabili – che a Roma i pisciatoi pubblici per uomini (quelli verticali, a concoletta, che taluni chiamano vespasiani), questi pisciatoi, dicevo (cioè: diceva lui), considerando la media nazionale (ché i romani, sostiene, sono più vicini ai pigmei che ai watussi. Lui stesso non supera il metro e sessanta), sono troppo alti, e costringono più d’un pisciante a ergersi sulla punta dei piedi, così trasformando in sofferenza quello che potrebbe essere un soave piacere; e senza, per altro, evitare la possibilità di un contatto, i cui rischi sono igienici, e non solo. Martellare, segare, abbassare: ecco la soluzione, ecco l’inizio concreto di un mondo finalmente a misura d’uomo. E io, soggiogato, d’improvviso intuisco che dalla spiaggia sotto i sanpietrini (sous le pavé la plage…) a quel lenzuolo con disegni il passo non è lungo: e nell’ideatore di quel piano geniale, in quel compresso, agitato metro e sessanta (che è coperto di schizzi di olio), un tempo fra i primi a tirar sassi contro gli sfruttatori e oggi pronto a battersi per qualche centimetro di felicità, riconosco la sintesi di Robinson Crusoe e Napoleone (di nuovo, la Rivoluzione…). Venceremos! (p.s. A rischio di sembrare scatologico, devo però aggiungere che quel che vale per i vespasiani, non vale, anzi si rovescia, per il cesso conosciuto come “completo”, quello versione tazza, e orizzontale: soprattutto quando è in ballo l’altro dei due possibili bisogni, cioè il maggiore. Lo sforzo, muscolare e spirituale, del basso, con annessi i rischi igienici, gli  schizzi, e tutti quanti, si sostituisce allora – com’è evidente – alle odissee che implica l’alto. Anche di questo si è avuto prova e appassionatamente discusso nella di cui sopra crociera, dove la detta tazza, in realtà più tazzina che tazza, si alzava da terra per non più di venti centimetri. Questo almeno sino a quando la nave ci ha depositato in Turchia, a noi superiore in fatto di igiene, e non solo).

E poi?

E poi, lo confesso… Volevo solo scherzare. Scherzare a scacchione, o alla igonnabrekkayouass, which is the same… Questa è polvere per gli occhi, spremuta di mortalità o pomata di bellezza, dust and powder, poudre et poussière, riuniti dall’italiano in una sola parola – ed ecco che potrei ripartire, per continuare, continuare all’infinito, per cercare di cogliere perfettamente… Mais je m’arrête, car, pour paraphraser le poète, « el concepto de texto definitivo no corresponde sino a la religión o al cansancio »…

Volevo scherzare, perché ho nostalgia di Montréal, di quegli amici, di quello spirito in cui eravamo tutti sullo stesso piano, e nessuno a dettare una legge : un arabo algerino, che però ci teneva a dire che non era arabo, ed in effetti era kabil, un marocchino che invece era ebreo ma pero’ era francofono, parigino diceva, parigino come quell’altro che invece arabo lo era veramente, o quell’altro ancora che però veniva dalla Romania, che là francese lo parlano da subito, a meno che – c’era anche lui – non si fossero trascorsi i primi dieci anni della propria vita a Toronto, perché allora era l’inglese a batter cassa, come batteva cassa per quell’altro italiano, con un nome che più italiano non si poteva, ma quando parlava italiano scappavano tutti, ché la nourse diventava la norsa, e ancora c’erano la pilla, la zoppa, i cami… e chi più ne ha più ne metta, e poi c’era anche una spruzzata di cileni ed argentini, scappati dai luoghi dell’orrore, con fantasia, dolore e fisarmoniche. Insieme a scherzare, come sopra, ma anche e molto a lavorare, nel senso più bello e gratuito del termine, sempre giocando con le culture e le lingue, saltando dall’una all’altra, en les métissant, con passione e sul serio, ma senza mai prendersi sul serio. Questo era il nostro piacere, la nostra vita : era, per dirlo in una frase, lo spirito Viceversa.

Così, in questo crogiolo di uomini e donne, ho imparato, parlando, ad amare e giocare con le mie lingue, ed anche – spero – a lavorarle e lavorare sul  serio ma senza prendersi sul serio. Certo, se oralmente si può saltare agilmente da una lingua all’altra, quella scritta resta in principio una (e per me è chiaro quale sia), o meglio : gli innesti, i salti, les métissages, sono frutto di un lavoro più complesso, delicato – ma che a dispetto di purezza e barriere può e deve farsi. È la grande avventura del nuovo lavoro che ci aspetta come scrittori, del nostro gusto viceversiano per le traduzioni, delle nostre ricerche su Florio e Cervantes, sul XVI secolo, sulle prime cronache del Nuovo Mondo.

Ma questa, da raccontare, è un’altra storia. The next one.

Paris, décembre 2010

(mais des temps en temps je le relis – par exemple aujourd’hui, le 9 janvier 2014, toujours à Paris – et l’envie me prends d’y ajouter deux ou trois mots…)