Category Archives: Urbania

LA GIOVANE ITALIA

Lamberto Tassinari

 

Photo: Pierlucio Pellissier
Photo: Pierlucio Pellissier

Di Matteo Renzi so pochissimo ma a guardarlo (un viso arrogante curiosamente British) e sapendo quel pochissimo, mi si forma, per usare una metafora animale, l’immagine di un galletto. Per quello che voglio dire ora però mi basta poco, mi basta sapere che Renzi è nato nel 1975 e che dunque ha meno di quarant’anni. Un presidente del Consiglio che ha meno di quarant’anni è una novità assoluta nell’Italia repubblicana, situazione che un giornale tedesco definisce “stagnazione ad alta velocità”. Come Obama è venuto dal nulla, come per Obama il fatto di essere un nero è stata una rivoluzione in sé per gli USA così la gioventù di Renzi è un fatto rivoluzionario nel paese della gerontocrazia. Come è potuto succedere? Se sarà la fine dell’immobilismo italiano resta da vedere, di certo c’è la nuova cultura di questi italiani trentenni. Più della generazione precedente la generazione cui appartiene Renzi ha viaggiato molto ma soprattutto ha studiato e lavorato all’estero senza per questo “emigrare” irreversibilmente come per le storiche ondate postunitarie e postbelliche. E all’estero, come racconta così espressivamente una spietata vignetta di Altan, si fanno esperienze formative: due signori si incontrano, quello senza valigia dice “Dove va?” e l’altro con la valigia “ Vado all’estero a farmi prendere un po’ per il culo”. Ecco, i giovani di Renzi come gli omini di Altan, all’estero si sono anche fatti prendere per il culo. Vivere all’estero soprattutto nel ventennio detto di Berlusconi, quando l’ironia sull’Italia particolarmente in Europa è cresciuta in modo esponenziale e è diventata pesante, ha operato come una terapia su alcuni che per la prima volta hanno visto l’Italia da fuori. Hanno visto la mancanza di dignità, hanno riconosciuto le maschere antiche di un’eterna commedia dell’Arte: una penosa “cultura” che scende dall’alto e investe la base (o viceversa?). Hanno lasciato l’Italia a decine di migliaia, non una fuga dei cervelli come ancora stupidamente continuano a titolare i giornalisti che restano, ma una fuga di stomachi più o meno rivoltati, indignati. Anch’io sono partito nel 1981 per le loro stesse ragioni, quando i fenomeni repellenti dell’era berlusconiana stavano appena emergendo. Fuggire da una società immobile dove ogni attività, dalla cultura alla scienza, dall’arte all’industria è in mano a fazioni e partiti dominati da vecchi baroni, era la cosa da fare. Inevitabile lasciare un paese profondamente “politicizzato”, estremo, massimalista a destra come a sinistra, dove niente cambia, immobile come la sua bellezza. Esempi di immobilismo? Uno per tutti: le regioni, la cui istituzione fu sancita dalla Costituzione nel 1948, sono state attuate, male, solo nel 1970! Si tratta di un ritardo di destra o di sinistra? La verità è in questo caso evidente e forse sarebbe bene che gli italiani l’affermassero, l’accettassero e l’assumessero collettivamente e in modo ufficiale: in Italia i politici, di destra come di sinistra, sono stati incapaci di riformare anche perché la maggioranza degli italiani non vogliono cambiare. Paul Ginsborg storico dell’Italia di sempre, da generoso pedagogo com’è, si ostina a credere nei propri allievi vagabondi. Nel 1998 dava credito agli italiani e riteneva che «non esisteva alcun handicap permanente che gravasse sulla storia recente del Paese.» Dodici anni più tardi non aveva cambiato opinione e scriveva “Naturalmente non attribuisco a nessuno di essi [quattro grandi pericoli da cui l’Italia moderna deve essere tutelata] valore di tara, non li tratto come componenti irremovibili, ‘antropologiche’ o permanenti”. Ma da dove nascono allora quelle che lui stesso individua come le più gravi «carenze strutturali» di cui soffre l’Italia se non da tare? Giacomo Leopardi lo sapeva già nel 1824 e così Giulio Bollati che nel 1972 ce lo ridice e lo ripete nel 1983 in quello splendido libro che è L’italiano.

Oggi un giovane si impegna a far muovere l’Italia, a cambiare gli italiani. Non è il primo che prova a smuovere il paese delle “sabbie immobili” come Giuseppe Pontiggia definì una volta l’Italia.

Post Scriptum: Voglio precisare che non credo nelle nazioni, figuriamoci nel “nazionalismo” di Renzi o di chiunque altro dentro o fuori d’Italia. Solo che le cose nella Penisola sono così serie – economia, ricerca, gestione della cosa pubblica – che qualcosa deve davvero succedere per far uscire dallo stato di coma una società disastrata. L’avvento improvviso di Renzi realizza oggi il compromesso storico reale. Per non smentirsi, l’Italia lo partorisce quarant’anni dopo quello “ideale” solo annunciato, di Berlinguer e Moro. È un patto tra ciò che era “realmente” la Democrazia Cristiana (Berlusconi) e quelli che erano “realmente” i comunisti Italiani (Renzi). In sostanza democratica le cose in Italia non stanno poi peggio che altrove. Quella italica è una commedia non scritta, improvvisata, dell’Arte, appunto. Altrove ci sono dei testi scritti. Ma la sostanza, ripeto, è la stessa: la democrazia è un nome, un work in progress a cui però nessuno sta lavorando.

© Foto: Pierlucio Pellissier

In the belly of the beast – Judy Rebick on Occupy This!

Elvira Truglia 

Judy Rebick
Judy Rebick

 

 

(This article was originally published in the November 6, 2012 edition of Vice Versa Online)

Judy Rebick is a well-known social justice activist, writer, educator and speaker. She is the founding publisher of Canada’s web magazine rabble.ca, author of Transforming Power, Ten Thousand Roses, and a regular on CBC Radio Q’s media panel. Vice Versa’s Elvira Truglia conducted an email interview with Judy Rebick about her new book Occupy This!

“The idea that we could create alternative communities as a way of resisting the existing culture is not new but doing it in the middle of big cities, in the belly of the beast is new and was a major reason for the power of Occupy.” Judy Rebick

ET – How can we understand Occupy in a broader context of social movements? How is it different, or is it?

JR – Well I’ve written a book on this called Occupy This! Occupy’s focus on economic inequality is different than social movements in the recent past, like the women’s movement or the civil rights movement, which have focused on excluded groups. Occupy focusses both on protest against existing institutions like Wall Street and on creating or dreaming of alternatives. In this way it is similar to the women’s movement but different than the anti-globalization movement, which was mainly a protest movement. One major way that Occupy was different than previous movements was that it focused on the local while creating a global movement. This is something quite new. We had the lingo, think globally, act locally, but this was the first time that a movement actually did that. In its’ political focus, it is most like the early labour movement. In its’ mode of organization it is most like the civil rights movement or the women’s movement. The most remarkable new thing about Occupy to me was the love and compassion that was so clearly present in the encampments. The idea that we could create alternative communities as a way of resisting the existing culture is not new but doing it in the middle of big cities, in the belly of the beast is new and was a major reason for the power of Occupy.

ET – What’s the link between the Occupy movement in North America, The Indignados in Spain and Latin America, and the Arab Spring in the Middle East?

JR – In my view, they are elements of the same movement in the same way that the movement in Saudi Arabia asking for the right of women to drive is part of the same movement as the Slut Walk. Led by youth, we are seeing an uprising of people’s that vision an equalitarian global movement to create another world. All of these movements are part of that. In addition, because of social media, they are communicating with each other and learning from each other. That is the remarkable part.

ET – When you talk about the importance of the Occupy movement, you refer to the way that it is creating different models for democracy – what does democracy look like for an Occupier?

JR – The most important institution is the General Assembly. This is also true for the Quebec Student Strike. The idea of a mass meeting of participants as the primary decision making body is a major new innovation. For me it is advancing the ideas of participatory democracy. Ordinary people can and should participate in the decisions that most affect their lives. The other important democratic innovation of Occupy is their idea about leadership. It’s not just that there are no leaders, it is rather valuing all kinds of skills as leadership skills. There are many leaders not just a couple. The Quebec students identify their leaders as “spokespeople,” making clear that their job is to speak for the movement not to make decisions for it. Finally, the valuing of people for who they are not for what they can do is a profound democratic idea, which is at the heart of Occupy.

ET – Some Indigenous communities have critiqued the Occupy movement for using exclusionary language – in particular, the use of the term occupation which is associated with colonialism? What`s your take on this – is the 99% represented under Occupy?

JR – On the one hand the use of the term Occupy without acknowledging that we are already on occupied land is problematic but most Indigenous activists and groups that I know are satisfied as long as the Occupy movement does acknowledge this. On the other hand, Occupy is a very powerful meme. The idea is that we don’t have to wait for others, for example, government to change things, we can change it ourselves. So we can talk about Occupy Education, Occupy Health Care etc. with the idea that the workers in these systems can start making changes themselves.

ET – In your book, you also refer to taking back the notion of community as one of the important elements of Occupy – can you elaborate on this?

JR – Occupy is all about creating community. The feeling people describe in the Occupy encampments is one of joy in feeling the connection with others, some would call this love. Neo-liberalism creates divisions amongst us through competition and fear. Occupy created an open inclusive community, everyone was welcome and encouraged to participate. It was an amazing thing even though it’s the most human of behaviour. This is harder to achieve without an encampment, which is why they were evicted.

ET – Is Occupy creating a new model of leadership?

JR – I am not sure about this. I think Occupy Wall Street is doing that by experienced leaders refusing to do a lot of media and/or becoming stars. When you think of Occupy, you don’t think of any individual as a leader and that is something new. I am not sure it is a new model of leadership. That remains to be seen.

ET – How do you respond to the critique, often by the mainstream media, about Occupy`s lack of a vision?

JR – I have heard the criticism that they don’t have demands. First this is not true. Their demand is to end economic inequality. There can be a discussion how to do that but it is a demand and a vision. A world without economic inequality is a vision as clear as Martin Luther King’s vision. They also go further in creating a vision of the world they want than many other movements by creating it in the encampments. They do this through collective participatory decision making and a gift economy, from each according to their ability to each according to their needs.

ET – Has Occupy changed mainstream discourse?

JR – Yes. For the first time the mainstream is talking about the 1% and extreme economic inequality. We can also talk about the problems of capitalism now. Believe me as someone who does a fair bit of mainstream media, that wasn’t possible before.

ET – You visited various Occupy encampments, was there a moment in one particular encampment that stands out the most?

JR – Of course Occupy Wall Street stands out. It was far in advance of the Occupy sites in Canada. I think this is because there were more experienced activists involved. In Canada, a lot of experienced activists walked away from Occupy because they didn’t have the patience for it.

ET – You call Occupy a cultural revolution; revolutions tend to have peaks and valleys – now that the encampments have come down, are we in the valley?

JR – I am not sure it’s true that we are in a valley. As I mentioned I think Occupy is part of a broader uprising. So I consider the student strike in Quebec part of that uprising, the movement against the Enbridge pipeline as part of that movement. People are continuing to organize. It is too soon to say whether there is valley. I don’t see it yet.

ET – What was the logic of publishing an e-book – was it an attempt to democratize information? Were you hoping to make the book more accessible and target a broader audience? Did it work?

JR – Not really. Penguin asked me to do it. I asked them to issue Transforming Power (my last book) as an e-book at a cheaper price since it explains the elements leading into Occupy. They asked me to write an e-book on Occupy. I thought it was a good idea because it would come out quickly and be cheap but it hasn’t worked that way. People who might not buy a more expensive book might also not have an e-reader or be willing to download the program needed to read an e-book online. I think it was a mistake to publish an e-book with a mainstream publisher since they are so obsessed with copywrite, they made it difficult to get. Also the media doesn’t review e-books so fewer people find out about it. At this point despite the $3.99 price, Occupy This! has sold fewer copies than my other books. Also Penguin did zero promotion around it. I am starting a US promotion campaign now through twitter. We will see if that works.

To download the book from Penguin: http://www.penguin.ca/nf/Book/BookDisplay/0,,9780143184096,00.html

Elvira Truglia is a Montreal-based freelance journalist and social justice advocate. She has worked for various non-governmental organizations, as well as community, public and independent media outlets.

la Repubblica. Sul quotidiano degrado degli Italiani

Lamberto Tassinari

Vignetta di Altan
Vignetta di Altan

Come in natura, a rilievi presso specchi d’acqua corrispondono, sui fondali, depressioni di identiche dimensioni, così in Italia all’altezza di certi intelletti e sensibilità corrispondono abissi di collettiva trivialità e leggerezza. Il fenomeno è universale ma si tratta, appunto, di cogliere la specificità italiana. Io mi ci sono allenato vivendo fuori d’Italia già dai primissimi mesi del mio volontario esilio. Allora, per questi miei esercizi usavo quasi esclusivamente il quotidiano la Repubblica che già nei primi anni Ottanta aveva cominciato a derapare verso un crescente stile moderno, americaneggiante alla USA Today e sensazionalista ispirato alla “cultura” che proprio in quegli anni Silvio Berlusconi stava diffondendo con le sue televisioni. Così poco a poco Repubblica si preparava a diventare il giornale televisivo, pubblicitario, ambiguo, schizofrenico e schizogeno che è divenuto poi negli anni Novanta, l’organo di una sinistra falsa ( la sola), di tutta quella vaga borghesia italiana che amava e ama credersi progressista e all’opposizione quando in realtà è la più ignava e viziata compagine sociale al mondo. Il caso di Repubblica è emblematico, poichè sembrava, agli inizi, un prodotto sano, un medium laico, con idee sociali moderate ma lucide, progressiste come si diceva, con intenzioni e scelte programmatiche serie in politica e in cultura. Alla guida del giornale troneggiava quel fenomeno tipicamente italiano di intellettuale cinico di sinistra, un vero barone, caimano quasi del nostro giornalismo che ancor oggi è Eugenio Scalfari. Di Repubblica degli inizi non si sospettava la vocazione trasformista e consumistico-populista che con gli anni ha preso il sopravvento senza eliminare appunto, e questo alibi è un aspetto della specifità italiana, una venatura di cultura alta e de gauche, ma fondendola in un ibrido malinconico di vuoto e volgarità. Preceduta su questa via infelice dal settimanale L’Espresso, Repubblica è diventata, ai miei occhi, più che lo specchio della degenerazione della società italiana in questi ultimi trent’anni. I suoi giornalisti e lettori si sono illusi per due decenni di rappresentare un antidoto al berlusconismo, in verità sono stati un elemento complementare di quella cultura, una sua variante di facciata. “Attaccando” Berlusconi come il Cavaliere, Silvio, il Berlusca o il premier, la Repubblica ha finto la critica, in realtà accompagnandolo nella sua disastrosa marcia trionfale. Oggi gli stessi fatui giornalisti commentano il trionfo della rivolta di Beppe Grillo – massima espressione di ciò di cui sono capaci la sinistra e la democrazia in Italia – chiamando “grillino” e “grillina” i neodeputati del Movimento 5stelle. La Repubblica ha depresso invece che innalzare il già basso livello culturale e morale degli italiani. Ovviamente non ha agito da sola, tutto e tutti hanno lasciato scivolare questa società verso il profondo degrado attuale.

Solo singoli hanno profetizzato, parlato, e a volte anche agito, ma invano.

Le Spectateur florentin – Un éditorial de Giacomo Leopardi

LEOPARDINé en 1798 et mort en 1837 le poète Giacomo Leopardi est reconnu maintenant comme le plus grand penseur que l’Italie ait eu dans les deux siècles derniers. Du Zibaldone, un immense manuscrit, son journal philosophique, quelqu’un a écrit : Un livre qui fait partie du patrimoine littéraire mondial, né de plus de 4500 feuillets que Leopardi, dans la première moitié du XIXe siècle a rédigés, traitant tour à tour de philosophie, de philologie, mêlant aphorismes, longs développements, impressions. D’une densité, d’une importance que l’on peine à imaginer, un livre qui représente une véritable plongée dans le laboratoire d’un très grand esprit, d’une précocité inouïe. Essentiel.” Ce livre, traduit intégralement en français par Bertrand Schefer est publié aux éditions Allia.

Le court texte qui suit,  éditorial d’une revue jamais née en 1832, montre comme le grand philosophe et poète soit aussi un sublime ironiste. L’inutilité du magazine projeté par Leopardi a une ressemblance extraordinaire avec celle assumée par ViceVersa entre 1983 et 1996 et pour cela nous le publions tel un éditorial prophétique de la transculture. Il a été magistralement traduit par Marie José Thériault.

 

Préambule

 Certains de mes amis se sont mis en tête de fonder un journal. Ces amis, sachez-le, ne sont pas des littéraires, au contraire : ils demanderaient des explications et exigeraient volontiers réparation de ceux qui oseraient les affubler de ce titre. Ce ne sont pas davantage des philosophes; ils ne possèdent à proprement parler aucune science approfondie; ils n’aiment pas la politique, ni la statistique ni l’économie publique ou privée. Aussi, puisqu’ils ne sont rien, définir ce journal est pour eux une entreprise laborieuse : eux-mêmes en ignorent l’essence. Ou, mieux dit, ils en ont une vague idée, mais dès lors qu’ils veulent traduire celle-ci avec des mots, le chaos s’installe. Toutes leurs représentations sont négatives : leur journal ne sera pas littéraire, il ne sera pas politique ou historique, il ne traitera pas de mode, d’arts et de métiers, il n’y sera pas question d’inventions ou de découvertes, et ainsi de suite. Le concept positif, le terme qui résumera tout leur échappe. Coiffer d’un titre ce magnifique journal, voilà qui donne lieu à force sottises et sueurs froides. Si existait en italien un vocable équivalent au français flâneur, ce mot serait le frontispice tant espéré, car, tout compte fait, c’est celui qui le mieux décrit la tâche de nos futurs feuillistes. Hélas, si riche soit-elle, la langue italienne de possède pas de mot comme celui-là. Dans notre découragement, nous avons donc renoncé à nos aspirations d’originalité et, faisant montre de cette humilité qui n’est certes pas notre plus grande vertu, nous avons résolument opté pour Le Spectateur, un mot encore frais il y a un siècle et demi, puis exploité jusqu’à aujourd’hui par une foule de gens, proprement ou à tort et à travers.

 

Si le contenu de notre journal est difficile à cerner, il n’en va pas de même de sa vocation sur laquelle ne plane aucun mystère. Nous n’avons pas pour but le développement de l’industrie, l’amélioration de l’ordre social ou le perfectionnement de l’Homme. Nous ne voulons ni qu’on nous porte aux nues ni qu’on nous jette la pierre. Nous avouons en toute candeur que notre journal ne sera d’aucune utilité. Nous considérons qu’en un siècle où le moindre livre, le moindre bout de papier imprimé, la moindre carte de visite est devenu indispensable, il est fort judicieux que paraisse un journal dont le but est justement de ne servir à rien. Puisque l’homme aspire à se démarquer des autres et puisque tout est utile, il s’ensuit que celui qui promet l’inutile se singularise.

 

Nous n’avons donc pas pour objectif de rendre service, mais bien de divertir nos quelques lecteurs. Outre que le but de toute chose utile est le plaisir — qu’au reste l’on n’atteint presque jamais — notre opinion personnelle veut que le divertissement soit plus utile que l’utile. Nous avons tort, nul doute, car de nos jours, c’est justement le contraire qui prévaut. Mais au bout du compte, en ce dix-neuvième siècle empreint d’une excessive gravité, en ce siècle qui n’est pas le plus heureux de l’histoire, s’il y a encore sur terre des gens qui souhaitent lire pour le plaisir de la simple lecture  et pour trouver dans celle-ci une mince consolation aux grandes calamités, qu’ils souscrivent à notre entreprise. Les femmes, surtout, à qui nous nous efforcerons de plaire, non pas par galanterie — rien n’est plus ridicule que la galanterie qu’on imprime — mais parce qu’il est plus vraisemblable que les femmes, par nature moins sévères, accueilleront plus complaisamment notre inutilité. Nous nous proposons de beaucoup rire, mais nous nous réservons aussi de traiter de sujets sérieux tout aussi souvent, toujours dans le but d’amuser et de manière à faire rire, fût-ce en faisant pleurer. Car, à vrai dire, nous sommes plus enclins à pleurer qu’à rire. Mais pour ne pas ennuyer les autres, nous privilégions le rire au détriment des pleurs. Si le rire n’a guère de chance à notre époque, les pleurs ont été très mal vus de tout temps et continueront de l’être. De toute façon, nous avons sans doute déjà trop ri dans ce préambule, quoique nos rires puissent passer pour des pleurs à l’oreille de certains lecteurs.

 

Pour conclure, disons que nous publierons souvent des comptes rendus de parutions récentes. À ce propos, nous espérons que les auteurs que nous encenserons dans nos pages nous sauront gré précisément de cela et que, tout comme le public lecteur, ils verront très clairement que ces éloges ne sont empreints ni de flagornerie ni de servilité ni même de déférence. Nous parlerons aussi de théâtre et de spectacles. Nous publierons également des traductions de textes étrangers récents et peu connus dans la mesure où ceux-ci nous sembleront remarquables, se marieront à nos opinions et refléteront le caractère de notre journal dont nous souhaitons former un tout homogène. Si, comme nous le voulons et l’espérons, cette qualité nous vaut des articles inédits de la part de quelques valeureux esprits italiens ou étrangers, nous les accepterons avec gratitude et nous les publierons avec loyauté.

 

Les autres collaborateurs du journal souhaitent conserver l’anonymat encore quelque temps. Quant à l’auteur du présent préambule, il est le soussigné :

 

GIACOMO LEOPARDI

Florence, mai 1832

(Traduit de l’italien par Marie José Thériault)

Le droit culturel, la transculture, la diversité et ses exceptions

Fulvio Caccia

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Les négociations qui ont précédé le G-8  en mai 1993  afin d’établir une vaste zone de libre-échange entre l’Europe et les Etats-Unis et les déclarations tonitruantes de M. Manuel Barroso, président de la Commission européenne auxquelles s’ajoutent les réactions d’autres politiques comme celle, courageuse, de Michel Barnier, commissaire européen français, ont remis la diversité culturelle sur le devant de la scène.

Car ces escarmouches sont loin d’être anodines ; elles montrent à l’évidence que la bataille autour de la diversité culturelle fait rage de plus belle. Car c’est une drôle de guerre – une guerre invisible et à rebondissements – qui se déroule dans l’ambiance feutrée de ces rencontres internationales où se croisent politiques, ONGs, grands argentiers, lobbyistes des deux rives de l’atlantique. Une guerre qui ne dit pas son nom mais dont les enjeux sont considérables tant sur le plan  politique, économique  que financier puisqu’ils détermineront dans une large mesure dans quelle société demain nous voulons vivre.

Dans les faits, il s’agit d’une nouvelle tentative pour introduire les productions culturelles et de communication dans les négociations des biens et services que conduit l’OMC depuis 1995. Le but consiste à les traiter comme des marchandises, détachées de la charge symbolique dont elles sont porteuses, pour en amplifier la rotation et par conséquent les profits.

Le premier épisode de cette guerre invisible s’est déroulé il y a déjà quatorze ans à Seattle lors du Sommet de l’Organisation mondiale du Commerce. C’est à ce moment que le gouvernement français avait proposé “l’exception culturelle” une notion qui  peinait à fédérer l’ensemble des pays de la planète. C’est pourquoi, souvenons-nous, il lui a été préféré l’expression “diversité culturelle”, plus inclusive. Notion qui devait très tôt rallier le Canada. Il s’agissait pour ce pays de se défendre auprès de l’OMC contre toute-puissance de la publicité américaine dans les magazines américains exportés sur son territoire. l’Organisation mondiale du commerce ayant refusé de leur accorder le droit de taxer les États-Unis en retour, le Canada deviendra l’allié objectif de la France sur cet épineux dossier. La diversité culturelle s’imposera ailleurs d’autant plus facilement que le débat sur l’AMI, l’accord multilatérale sur l’investissement, et c’est là le deuxième épisode de cette guerre larvée, mobilise à l’époque nombre de créateurs et de cinéastes du monde.

Grâce à l’impulsion des diplomaties française et canadienne et de leurs alliées, la diversité culturelle gagnera en popularité. Un pré-accord sera voté en décembre 2001 à Paris et la « Convention sur la protection de la diversité des contenus culturels et des expressions artistiques » sera adoptée définitivement lors de la Conférence générale de l’UNESCO le 17 octobre 2005 par la très grande majorité des pays-membres. Mais cette Convention n’empêche pas les tenants de la culture-divertissement de tenter de l’imposer en catimini. Cela oblige à une vigilance de tous les instants de la part de ceux qui croient que la diversité est un principe universel et régulateur de l’espace civique, technologique autant que biologique. Mais encore faut-il que cette notion soit « au-dessus de tout soupçon ». Ce qui est loin d’être le cas.

Car si la diversité culturelle porte flanc à la critique, c’est que le terme par définition est polysémique. En effet tout le monde est pour la diversité, y compris les puissants de ce monde qui la revendiquent également. Souvenez-vous de la tribune de l’ancien patron de Vivendi dans les pages du quotidien « Le Monde » pour défendre la diversité culturelle de son entreprise et par extension celle de la nouvelle élite mondialisée. C’est ainsi que le franco-catalan et très médiatique PDG de Renault, Carlos Gohn, utilisera la diversité comme argument pour défendre l’entrée de l’indien Mittal dans le capital d’Arcelor. On sait aujourd’hui quel en fut le prix pour la sidérurgie française. Cette diversité culturelle, apparemment heureuse, est celle des marchés mondialisés que nous vantaient naguère les couleurs unifiées de Benetton. Le but était  de nous faire croire  que l’achat d’un bien culturel en espèces sonnantes et trébuchantes servira à  combler , ipso facto le besoin qui s’exprime. « Vous y avez pensé, Sony l’a fait !

C’est pourquoi des initiatives ont vu le jour pour consolider « le droit culturel » et en faire l’assise juridique de ces nouvelles appartenances transnationales. C’est notamment le cas de la Déclaration de Fribourg dont l’animateur principal est le philosophe suisse Patrice Meyer-Bisch de l’Université de Fribourg (http://droitsculturels.org). Ce nouveau droit qui découle de la Déclaration universelle des droits de l’homme permettrait ainsi de mieux représenter les différences culturelles au sein des États-nations qui, on le sait, rechignent par nature à reconnaître les particularismes. C’est le cas en France où le processus de ratification de la Charte européenne des langues régionales a été interrompu en 1999 parce que le Conseil constitutionnel a estimé qu’elle était incompatible avec la Constitution française.

Le républicanisme jacobin, on le voit, est rébarbatif aux minorités. Ses défenseurs craignent une porte ouverte aux dérives communautaristes qui attiseraient les revendications particularistes dont le pays,  jadis avait  souffert. De l’autre côte de l’Atlantique, les sociologues de l’école de Chicago des années trente ont défendu une thèse similaire ; ils avaient théorisé la nécessité pour les immigrants de se fondre dans le modèle de « l’American Way of Life » dont la constitution américaine était la garante. Ce qui permettait du coup de produire de l’unité à travers la diversité et donner un sens au De pluribus unum ; la devise fondatrice du « melting pot » américain.

Un peu plus au sud, le cubain Fernando Ortiz forgeait, lui, un néologisme fécond – la transculturation- pour rendre compte de la «Cubanitad », de son île natale. Cette nation qui reprend à rebrousse poil les visées assimilationnistes des grandes puissances, permettait de mieux rendre compte du processus de transformation en acte dans toute culture. C’est pourquoi avec les amis de la revue ViceVersa de Montréal (www.viceversamag.com) nous l’avions reprise il y a plus de 25 ans pour définir la ligne éditoriale de notre publication.

Pour nous, la transculture n’était pas en contradiction avec la nationalité mais la complétait car elle était le mieux à même de désarmer le mécanisme des « identités meurtrières » qui s’y trouvent blotties et dont l’écrivain Amin Maalouf a démontré fort justement la puissance destructrice.

En effet comment peuvent coexister plusieurs identités en une seule et même personne ? Cette équation à multiples inconnues est non seulement une contradiction dans les termes mais plus encore un abus de langage. L’identité est la somme des appartenances qui peuvent être aussi variées et nombreuses qu’on le souhaite. Car les appartenances ne se situent pas au même niveau que l’identité qui les rassemble. Elle ne se polarisent pas non plus de la même manière : le contexte dans lequel on se trouve peut en modifier l’équilibre. Moi qui suis né Italien mais ayant vécu au Canada puis en France, je déclinerai ces appartenances autrement en fonction du pays où je me trouve. Mais il peut s’en ajouter d’autres qui ne n’appartiennent pas à la nationalité. Et pourtant que de malentendus et de conflits sanglants, ces identités ont-elles générées au fil des siècles.

Aujourd’hui avec la connaissance accrue que nous avons des mécanismes identitaires, amplifiée par la puissance numérique des technologies de l’information, nous devrions nous éviter de tomber dans ce piège grossier. Mais encore faut-il que la diversité des appartenances soit reconnu en tant que telle. Les droits culturels tels qu’énoncés dans la Déclaration de Fribourg en constituent une étape nécessaire. Leur éventuelle ratification par les Etats de même que par les institutions multilatérales favoriserait l’avènement politique d’une citoyenneté véritablement transnationale.

A bon entendeur, salut !

Publié initialement sur www.combats-magazine.org