Sprazzi (estratti)

LAMBERTO TASSINARI

(Con il titolo di « Pensamenti dominanti » nel 2015 ne avevo già pubblicati alcuni : https://viceversaonline.ca/2015/02/pensamenti-dominanti/

DEMOCRAZIA

Uso questa parola per approssimazione. Un po’ come quando si parlava di socialismo  all’epoca dei due blocchi e si aggiungeva reale  per distinguerlo da quello ideale ancora da realizzare. Le « democrazie » nelle quali viviamo non sono ancora tali, alcune si avvicinano un po’ all’ideale teorico e etico, altre ne sono lontanissime. Molta gente (è ovviamente impossibile quantificare) crede veramente che questa sia autentica democrazia : non chiedono di più, hanno un’economia, dei consumi, spesso una famiglia, del tempo libero, hanno « se stessi » e questo gli basta. Una parte di loro, anch’io forse, è cosciente delle imperfezioni della vita democratica ma le accetta ritenendo irrealistico e illusorio pretendere di più.

Vissuta così, la democrazia si limita quasi esclusivamente a un affare privato e, lo si voglia o no, finisce in gran parte per coincidere con il mercato. La relativa libertà di muoversi, di comprare e di vendere è effettivamente la condizione primordiale della democrazia. E poi, il fatto straordinario e indiscutibile di poter pensare e immaginare e sognare liberamente, finisce per calmare anche i più ribelli. Tuttavia è vero che non siamo mai stati, come oggi, così sprofondati nella società dello spettacolo, la société du spectacle, l’idea con la quale Guy Debord nel 1967 ha descritto la condizione di estrema alienazione nella quale viviamo: « Le spectacle n’est pas un ensemble d’images, mais un rapport social entre des personnes, médiatisé par des images.». Il vecchio capitalismo ha esteso il suo dominio, all’epoca neoliberale, a livello planetario con mezzi che Debord non ha conosciuto ma che ha perfettamente descritto : « Le spectacle est le capital à un tel degré d’accumulation qu’il devient image », e profeticamente anticipando l’epoca di Google, FaceBook e Planet Hollywood  :« Le spectacle est le moment où la marchandise est parvenue à l’occupation totale de la vie sociale. »

Siamo a questo punto in un mondo così distopico che l’utopia diviene, ancora una volta l’unica risorsa. Utopica democrazia che potrà realizzarsi solo quando l’economia avrà perso senso e saranno svanite tutte le sue componenti primitive (il lavoro, la merce, il danaro) e con loro, tutte le idee e tutti i mostri cresciuti dentro l’economia.

Allora, come all’inizio, quando l’amor scelleratus habendi si sarà spento, potremo amarci!

TEMPO

e quasi orma non lascia

Il passato non ha più possibilità, è fisso, tutto ciò che è avvenuto che, mentre scrivo o leggi, sta avvenendo, non può più mutare : il tempo, passando, fissa ciò che si lascia alle spalle. Le possibilità sono solo davanti a noi, nel futuro. In ogni istante può succedere qualsiasi cosa : ogni istante è pieno di possibilità, solo per un istante però, passato il quale si fissa, per sempre sterile. Per chi perde la memoria il passato diventa come il futuro, inconoscibile, ignoto.

* * *

Il tempo sembra essere la misura convenzionale della dissoluzione delle cose.

Vediamo. Un congegno entro cui c’è un movimento, sabbia che scorre, o ombra che si sposta, o ingranaggi o pulsare di quarzo o altro minerale. Comunque, movimento che scandisce moti regolari, identici… Ma questo non è il tempo!

Infatti, se la Terra non girasse, se la luce non cambiasse, se la temperatura non scendesse o salisse, non ci sarebbe tempo.

Allora? Le cose si consumano, perdono energia (entropia) e mentre mutano, noi contemporaneamente, misuriamo con un meccanismo…ma misuriamo il vuoto, nel vuoto, non misuriamo il passare del tempo. Quando la lancetta sul quadrante si è mossa dalle 4 alle 4 e mezzo, non è passato niente: o meglio, le cose si sono invisibilmente degradate. Un film, una proiezione è un lancio, una scarica di elettroni, una perdita o meglio un trasferimento, un passaggio di materia, una trasformazione di energia che diciamo dura 90 minuti perché le lancette che segnavano le 4 all’inizio del trasferimento, si erano spostate alle 5 e trenta alla fine.

Ho sempre avuto, più che l’impressione, la quasi certezza che le cose non accadano davvero. Gli spostamenti, il moto, intendo. E dunque il viaggio. Julian Barbour dice così : che la persona che parte non è la stessa che arriva, sta in “nows” diversi (tipo gatto di Schrödinger mezzo vivo e mezzo morto, ma sul serio…) In che senso? Che tra la partenza e l’arrivo la persona cambia e che dunque non è più la stessa? O la “stessa” in uno dei tanti universi paralleli? Il modo della percezione da parte di ciascun vivente, non assoluto/relativo, non tempo ma tempi. Il tempo è il modo della percezione, si percepisce in bits “successivi” (Rovelli). DURATA: posizioni diverse, la distanza misurata è il tempo. Noi e i fatti NON siamo “gettati” NEL tempo (Heidegger), siamo il tempo

Il MONDO è tempo.

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Come si calcola il tempo ossia la durata di un evento cosmico avvenuto agli albori dell’Universo? Ad esempio, in questo caso: is the first molecule ever to form in the universe, about 380,000 years after the big bang, in an era known as the recombination epoch.

Che significa 380 000 anni “dopo” il big bang?

Altri che dicono del tempo?

Questo mi piace: « Il tempo è un dispositivo dell’universo capace di impedire che tutto accada contemporaneamente ».

Anche questo : « What we perceive as motion is really due to the fact that reality is flashing in and out of existence at a high frequency, and that creation is actually disappearing and reappearing, oscillating between form and formlessness at the quantum level innumerable times every second giving the appearance of motion ».

MATERIA NEL TEMPO

L’Higgs, diciassettesima componente dell’atomo – la cui esistenza è stata confermata nel 2013 – e la più grande delle stelle, sono materia. Xi : la vita di questa particella è molto breve, circa un millesimo di miliardesimo di secondo. (pensa a quando si dice a qualcuno “un secondo e sono da te”. Ecco, ora immagina un miliardesimo di quel tempo di attesa e poi prendine solo un millesimo…).

I barioni sono particelle comuni composte da 3 quarks (come protoni e neutroni ma ci sono 6 tipi di quarks dunque le combinazioni possibili sono molto numerose).

L’elettrone è la prima particella atomica scoperta da Thomson nel 1897, tre anni dopo il matrimonio dei miei nonni Ida e Lamberto nel 1894. Il nucleo atomico è stato identificato da Rutheford nel 1909 quando mio padre aveva 2 anni. Nel 1932, cinque anni prima del matrimonio dei miei genitori Chalwick ha identificato il neutrone. Ma che numeri sono? Quei numeri sono definiti a partire dalla morte e resurrezione di un presunto figlio di un presunto Dio.

Il tempo, la degradazione, è iniziata dal Big Bang. Tuttavia nel 2023 alcuni fisici, basandosi sui dati raccolti dall’ultimo telescopio che sta viaggiando nello spazio, affermano che non ci sia mai stata una nascita dell’universo. Perché il telescopio « vede » oltre i confini dell’universo altre galassie sconosciute finora che sono « prima » del Big Bang. Così ha preso forma nella mente di alcuni fisici una visione dell’universo infinito e eterno. Con Giordano Bruno e altri antichi, i fisici oggi credono che tutto SIA, semplicemente, LÀ.

Tutta l’informazione dell’universo è nel bruscolo di materia-energia che sta “lì” prima del Big Bang.

EVOLUZIONE CREATRICE

Lo stato di arretratezza dell’umanità non è in sé né una sorpresa, né uno scandalo, è un dato di fatto misurato dallo scarto tra immaginazione estetica, etica, intellettuale e comportamento sociale. La verità di tante sentenze sull’umanità, pronunciate in questi ultimi 5000 anni da testi sacri di ogni religione e da sapienti di ogni tempo e luogo, è semplicemente resa ora evidente da una serie di avvenimenti rivelatori che mettono a nudo le reali condizioni di ciò che significa oggi essere-umano. Insomma: siamo nelle stesse identiche condizioni di 5000 anni fa e molto, molto prima: la storia (la successione di movimenti) umana, i fatti che avvengono, gli scambi di ogni cosa, le guerre e tutto, non hanno cambiato uno iota alla condizione umana. Le mutazioni “culturali”, ossia la storia, rivelano di avere effetti irrisori sulla “natura umana”. Quanto sono ridicoli quelli che, soli o in gruppo (fondamentalisti e religiosi di ogni parrocchia), vogliono proteggere la Natura Umana vista come sacra, impedendo che si cambi! Capite: vogliono mantenere l’Uomo così com’è!! Gli piace questa ottusa bestia economica: economica, ossia che vive per mangiare, per scambiare sostanze con l’ambiente e con gli altri animali. Per questo combattono la ricerca sulle cellule staminali, la biotecnologia, l’allevamento di embrioni e di feti e, credo anche l’Intelligenza Artificiale, etc. Vogliono proteggere l’umanità esistente.

Ma lasciatela essere, lasciatela andare per la sua strada la natura umana! A un certo punto avverrà ciò che è. Ciò che è già, diventerà evidente: e questo momento non lo credo “lontano”. La distanza è quella intuita dalla nuova fisica che sembra essere la stessa distanza della Schechina rabbinica di cui parla Agamben: la distanza infinitamente piccola che ci separa da Dio o separa due o più universi. Di questo dobbiamo accorgersi! Dice bene Paul Ricoeur: “La réalité humaine est avant tout constituée de symboles dont le déchiffrement est en droit interminable”. L’ho pensato anch’io: non si arriva in fondo alla lettura dell’essere.

MORTE

C’è chi dice che la morte dà senso al vivere. Se non ci fosse, vivere sarebbe, non sereno ma insensato. Piuttosto : la morte è il meccanismo biologico che permette al corpo di separarsi dall’anima, ossia dal principio vitale, animante. L’anima è il grado zero del corpo, l’espressione più « raffinata » della materia, la vita dunque non è un’assurda anticamera della morte ma un aspetto, una forma della vicessitudine (Bruno) della materia. L’idea di Dio è perniciosa perché disinnesca la morte, la rende vana e spostando altrove la vita, la svuota. Non l’abisso orrido, immenso di Leopardi dove, precipitando, tutto il mondo nostro sparisce ma la curva della strada di Pessoa, dietro la quale la morte non muore ma continua altrimenti come vita nova.

Irrealismo : immagino ogni vita come una luce,  innumerevoli si accendono  e spengono sulla faccia della terra, meravigliosa e misteriosa intermittenza. che non si ferma mai : nel 2023 ogni giorno si spengevano 332 648 luci e se ne accendevano 385 000 altre. La morte è impensabile senza la vita, per spengersi una luce deve essersi accesa. La morte è cosi comune, così frequente, così infinita che non può essere male. È semplicemente ma necessariamente sopravvalutata, altrimenti, per la gente, la vita perderebbe senso. Questo non è un paradosso. Noi siamo capaci di dare senso solo alle cose finite : per quanto appaia dolorosa la fine di una vita, solo così il tempo vissuto può avere un fine. Questo sterminato on and off di luci è una intermittenza retta dalle leggi

profondamente misteriose della fisica quantistica che l’informatica sta rendendo familiari ma non chiare ancora e comprensibili. Niente di ciò che si scrive ossia di ciò che si legge sullo schermo del mondo e dell’universo si perde, niente è davvero perduto. Se ogni gesto, ogni testo,  rimane, vuol dire che le cose non accadono davvero, che non c’è un prima e un dopo nè un qui e un là. Niente storia, niente cambiamento, niente viaggio, niente movimento. L’entropia, la degradazione inarrestabile di ogni sistema, la corsa verso il disordine non avviene davvero, sembra di percepirla nel tempo ma il tempo è questa percezione. Il Mondo :  la natura, le cose, noi, tutto questo non è gettato nel tempo ma produce l’impressione del tempo, è il tempo. Il presente è un meccanismo mentale che aspira l’idea del futuro e la trasforma senza sosta nell’idea del passato. È tutto solo pensiero. Le cose non stanno come sembra, così come non furono mai il sole e le stelle a muoversi, così ora le cose non accadono, sono ombre

L’uno vale l’altro : i soldati di ogni guerra, anonima carne da cannone, non solo, ma tutti noi, anche il più singolare, il più individuato di questa umanità, il genio. Se Albert Einstein non avesse inviato nel 1905 a Max Plank il testo sulla relatività, qualche mese o anno dopo ci avrebbe pensato un altro, perché « men are as the time is » (King Lear 5,3,33)

Irrealisticamente percepiamo la frattura tra il mondo quotidiano della materia che sembra solida e quello quantico dell’infinito, dell’imponderabile, dell’impensabile, della morte. Il pensiero religioso e mistico testimonia nelle parabole, nelle metafore che ha creato, un’estrema sensibilità allo scarto esistente tra quei due mondi.

Come Plotino, che non ho mai studiato, io non ho fiducia nella materialità delle cose.

Chi sfida la morte sente che la vita non finisce.

Giordano Bruno, l’ “arrostito” come lo chiama Gadda, sostiene che siamo umbra profunda, il che non è nihil ! Le vite di noi, la vita tutta, è ombra di idee. La quasi infinita complessità e complicazione del reale attraverso il tempo, è ombra. Si deve soffrire per questo? Non si dovrebbe.

Andrej Tarkovskij ha scritto al figlio in un diario e è forse un brano di una sua sceneggiatura:

« Non aver paura. La morte non esiste. No, esiste la paura della morte ed è una paura oscena. A volte, spinge la gente a fare cose che non si dovrebbero fare. Ma come tutto sarebbe diverso se solo riuscissimo a non temere più la morte. »

Diverso: Andreij, vuoi dire insomma che, tra l’altro, non ci sarebbe più arte, che l’arte non servirebbe più?

Mi sembra che Fernando Pessoa sia riuscito a non temere la morte se scrive, probabilmente dopo aver meditato su Sant’Agostino : La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.

A morte é a curva da estrada,

Morrer é só não ser visto.

Se escuto, eu te oiço a passada

Existir como eu existo.

A terra é feita de céu.

A mentira não tem ninho.

Nunca ninguém se perdeu.

Tudo é verdade e caminho.

La morte è la curva della strada,


morire è solo non essere visto.


Se ascolto, sento i tuoi passi


esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.


Non ha nido la menzogna.


Mai nessuno s’è smarrito.


Tutto è verità e passaggio.

John Donne aveva cantato :

Death, be not proud, though some have called thee

Mighty and dreadful, for thou art not so;

For those whom thou think’st thou dost overthrow

Die not, poor Death, nor yet canst thou kill me.

From rest and sleep, which but thy pictures be,

Much pleasure; then from thee much more must flow,

And soonest our best men with thee do go,

Rest of their bones, and soul’s delivery.

Thou art slave to fate, chance, kings, and desperate men,

And dost with poison, war, and sickness dwell,

And poppy or charms can make us sleep as well

And better than thy stroke; why swell’st thou then?

One short sleep past, we wake eternally

And death shall be no more; Death, thou shalt die.

Emigrants, sons or grandsons of emigrants, let’s not be the useful idiots of the extremes. Speak up! Now!

After blacks and Jews, will emigrants be the scapegoats of our so-called liberal and right-thinking societies? Nothing new under the sun, you might ask! For this theme has been around for as long as mankind has been on the move, in other words, since the dawn of time, but for the last thirty years or so, it’s been getting tougher; ever since the emigrant had the misfortune to have the dark complexion of a North African worker, or the black skin of a sub-Saharan African laborer. The result of the legislative elections in the Netherlands is a sad illustration of this. The rise of the far right, as in the 1930s, is a recipe for fascism and mafias, with war an inevitable outcome! Fear will have changed sides, encouraged by the ignorance and indifference of the right-wingers. And in the end, someone will have to pay their weight in flesh and blood to calm the ardor of the madmen who will then be in charge. But this time, surprise! It will no longer be the anonymous members of minorities whose sacrifice we will be moved to discover, but our very humanity that is in danger of disappearing. This is where the danger lies.
The mechanisms of resentment and rivalry that lead to this predicted disaster have long been known. Freud opened the way by explaining how desire works; René Girard added to this understanding the spiral of mimetic rivalry that leads to conflict and the sacrifice of the scapegoat. Culture and education are the only way to guard against this. And that means knowing our own family history. Many of us will be surprised to discover how closely this history is linked to immigration. Who doesn’t have a father, mother or grandfather who didn’t come from somewhere else? A good quarter of French society has foreign origins. “France is diversity”, as the historian Fernand Braudel once said. The same is true of our contemporary societies as a whole. Forgetting this history condemns us to death. So what’s to be done? Those who are in a position to speak out, to bear witness to their experiences as sons or grandsons of migrants, must speak out. And now. All the time. All the time. I’m not unaware of the toxic influence of social networks, which the craziest among us seize upon to impose their delusions. I’m not fooled by these hijackings and I’m aware that this exhortation will have little echo. But we have to start somewhere, or start again. As the son and grandson of emigrants, having lived in three different countries myself, I cannot accept the appalling silence in which we are condemned by the manipulations of a few. So today I urge all those who can to do so. Speak out now. Afterwards, it will be too late.